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Intervista esclusiva a Gabriele Lavia: «La chiusura dei teatri è stata un grande delitto» 

Tra i personaggi di spicco del mondo del teatro che si è unito alla manifestazione nazionale di U.N.I.T.A., il maestro Gabriele Lavia, che ha fatto del teatro la sua vita. Questa sera reciterà davanti al teatro Vascello di Roma, nell’ambito dell’iniziativa “Facciamo luce sul teatro”.  Con lui, ad un anno esatto dallo scoppio della pandemia di Covid, parliamo della situazione del teatro in questa intervista esclusiva.

Questa sera, i teatri italiani si illuminano per l’iniziativa “Facciamo luce sul teatro”. Tra i protagonisti della serata c’è il maestro Gabriele Lavia, attore, regista e sceneggiatore. U.N.I.T.A. (Unione Nazionale Interpreti Teatro e Audiovisivo) «chiede a tutti gli artisti, a tutte le maestranze e al pubblico delle città di organizzare, ovunque possibile, in tutta Italia – rispettando, come hanno sempre dimostrato di saper fare, ogni misura di sicurezza – un presidio dei teatri nella serata del 22 febbraio, dalle 19.30 alle 21.30». U.N.I.T.A., presieduta da Vittoria Puccini, chiede che «questi luoghi tornino simbolicamente ad essere ciò che da 2500 anni sono sempre stati: piazze aperte sulla città, motori psichici della vita di una comunità». 

Come riporta Il Messaggero, “Dalla Siae, il diario di un bollettino di guerra: gli eventi ridotti del 69,29%, gli ingressi crollati del 72,9%. Gli ultimi dati diffusi dall’Agis fotografano il disastro: per il teatro di prosa, sono oltre 142 i milioni andati in fumo al botteghino nel 2020. La lirica perde quasi 79 milioni (-74%) e la danza 26 (-78%)”. Secondo Io sono cultura 2019, il rapporto di Symbola e Unioncamere, il comparto cultura, compreso l’indotto, vale 265,4 miliardi di euro, pari al 16,9% di PIL.

Intervista a Gabriele Lavia

Maestro, che ne pensa dei dati che fotografano la situazione attuale? 

Gabriele Lavia: Tutti questi bei numeri che lei mi dice non li conosco. Quello che noi chiamiamo cultura, vuol dire coltivazione: coltivazione del bene dell’uomo. Al di là del bene fisico, c’è il bene della mente e dello spirito: è ciò che noi chiamiamo cultura. Nell’antica Grecia è nato il teatro come noi lo concepiamo, ma, in realtà, è la manifestazione più antica di cultura che abbia mai praticato l’essere umano.

Teatro viene da una parola greca che vuol dire luogo dello sguardo. Ma non un luogo qualunque, ma il luogo del trono, dove siede la dea, la Thea. Questa famosa dea è la Aletheia, tradotta male dai latini con Veritas. Il trono su cui siede la Aletheia, la svelatezza, è il teatro. Quindi il teatro è il luogo della rappresentazione della svelatezza dell’uomo in quanto uomo misterioso, velato. Qual è il massimo svelamento della storia del teatro occidentale? “Essere o non essere. Questa la domanda”. C’è qualcosa di più misterioso di queste poche parole nella storia del teatro occidentale? No. Queste poche parole rappresentano fisicamente il mistero del teatro e il mistero dell’essere umano. Il teatro è questo. 

Gabriele Lavia, intervista sull'iniziativa U.N.I.T.A. "Facciamo luce sul teatro"
Photo Credits: Filippo Milani©

Ma non si può chiedere a chi si occupa politicamente di cultura, che capisca che cosa sia la cultura. Perché è un ministro e quindi la amministra. 

Non sto dando la colpa a Franceschini di quello che è accaduto. No! Però credo profondamente che i teatri potevano non chiudere. Sono stati chiusi per fare un favore al teatro pubblico. In questo modo il teatro aveva la grande possibilità di non produrre più il teatro, ma di conservare le sovvenzioni. E che sia chiaro: in questo Paese, coloro che il teatro lo fanno, gli attori, i registi, i costumisti, gli scenografi, sono i discriminati dal teatro. Quelli che prendono le loro quattordici più una mensilità l’anno, vivono tra due guanciali. Purtroppo si considera l’attore una persona forse ricca di famiglia, che non fa nulla e non capisce nulla della vita quotidiana.

Però aumentano i set cinematografici…

Gabriele Lavia: Sì, li vedo in giro per Roma… sono contento. Credo che il cinema ormai abbia detto tutto quello che poteva dire come forma d’arte. In qualche modo è stata tragicamente superata dal telefonino. E lo dico con dispiacere, in tono malinconico. Appartengo a una generazione per cui andare al cinema era un evento. Ho passato la mia pubertà al cinema. Ho pomiciato come un addannato, come dicono a Roma, al cinema. Ai miei tempi andare al cinema era un fatto anche erotico. Anche quando andavi da solo. C’era questa strana magia nelle immagini proiettate. Poi è arrivata la televisione, dopo anche il telefonino. Quando le mie figlie erano piccole facevo filmini col telefonino. Lo facevo per giocare ma, senza saperlo, in quei piccoli esperimenti c’era il segno che il cinema stava finendo. Adesso i film li guardiamo in televisione. A volte mi è capitato di andare al cinema con mia moglie ed essere soli in sala, in queste sale cinematografiche minuscole, dove gli schermi sono grandi televisori. Il cinema è una tèchne, e ogni tèchne (arte come abilità tecnica – nda) è destinata a essere superata da un’altra tèchne.

Gabriele Lavia ne “L’uomo dal fiore in bocca” di Luigi Pirandello

Il teatro però è arte non tèchne…

Gabriele Lavia: No, il teatro non è una tèchne. Il teatro è l’uomo e non morirà mai. Ci possono essere tutti i ministri della cultura che volete ma non riusciranno ad uccidere il teatro. Usando le parole di Ugo Foscolo durerà “finché il sole splenderà su le sciagure umane». Le ricordo che è la fine de “I Sepolcri”.  

Quando hanno ristorato solo 71 teatri con 14 milioni di euro, dove erano gli altri teatri? A me non è arrivato nulla. Io studio, non perdo tempo in queste cose, tanto so che il teatro molti non lo capiscono. Il nostro ministro della cultura non l’ho mai visto in teatro in vita mia. E cavolo! Faccio il teatro da più di sessant’anni. Mai che lo avessi incontrato, manco per sbaglio. Eppure ne ho visti: Occhetto, Bertinotti, Gianni Letta. Napolitano veniva sempre a vedermi. Non lo so, magari viene e mi sfugge o non viene a vedere me. 

Vi sentite supportati dalla politica? E dai media?

Gabriele Lavia: I media non è che io li segua molto. I politici…No, poverini. Per me la politica è l’attività di gente colta e siccome questi non sono colti, non possono neanche fare la politica. Draghi si vede che ha un altro livello. 

Gabriele Lavia, intervista sull'iniziativa U.N.I.T.A. "Facciamo luce sul teatro"
Lavia all’Eliseo di Roma ne “I ragazzi che si amano” , omaggio a Jacques Prévert. Photo Credits: Filippo Manzini©

Stasera cosa reciterà fuori al teatro Vascello di Roma?

Gabriele Lavia: Non so cosa farò. Quando vedo dove si terrà la manifestazione, deciderò. So tante cose a memoria, una la recito. Vado al Vascello dalla mia amica Manuela Kustermann e decidiamo insieme.

Stasera sarà un’altra occasione per fare teatro politico?

Gabriele Lavia: Tutto il teatro è politico. Non può esistere un teatro che non sia politico. Parliamo sempre dell’uomo all’interno della società. Anche la platea è una piccola società. Col passare del tempo, il teatro si è complicato con ciò che si chiama regia. Ma la regia non è il teatro: è lo spettacolo. Il teatro è esigenza, è bisogno di qualcosa. Mi piace la platea del giovedì pomeriggio, formata da anziani che guardano con occhi puliti senza presunzione di carattere estetico. Prima di avere un carattere estetico bisogna aver passato la vita con questi problemi.

Cosa vi aspettate dall’iniziativa “Facciamo luce sul teatro”?

Gabriele Lavia: Nulla! Ho sentito dire in un’intervista a Franceschini, che deve pensare alla riapertura dei teatri. Prima aveva fatto un bel piacere ai teatri chiudendoli. Mi dispiace, ma è la verità. Ha rovinato gli attori, ma ha dato una grande mano al teatro pubblico. La grande mano è stata: questi sono i soldi, potete non fare teatro. E questo è un grande delitto commesso. Forse ha ascoltato consigli sbagliati.

Gabriele Lavia, intervista sull'iniziativa U.N.I.T.A. "Facciamo luce sul teatro"

Pensa sia inesperienza?

Gabriele Lavia: Non lo so. Credo che sia stato mal consigliato. Il teatro non è un luogo pericoloso, quindi la decisione di chiudere i teatri è stata una decisione colpevole! Colpevole e, aggiungo, demente. 

Mi dispiace doverlo dire, io non ho nulla contro Franceschini, che sia chiaro, non lo conosco. Mi sta anche simpatico. Quando lo vedo in televisione ha sempre quell’aria malinconica. Ma qui ha fallito. Quante regie ho sbagliato nella mia vita? Tante. Le ho fallite, pazienza. Ne farò altre e spero non falliscano. Ma qui è stato un gravissimo errore. Non ha sbagliato uno spettacolo, come può accadere a un regista. Questo è stato un fallimento. 

Dividere il ministero dei beni culturali da quello del teatro avrebbe senso?

Gabriele Lavia: Sono anni che lo dico. Il teatro è una cosa troppo importante, troppo grande, troppo difficile. Ha bisogno del ministro del teatro. Ma perché si capisca questo, bisogna aver finito le scuole dell’obbligo. Il teatro è un’altra cosa. Se non lo conoscete, non occupatevene. Per favore!

Spero di rivederla recitare Shakespeare

Gabriele Lavia: Non credo che dopo questa intervista lo farò più.

Perché?

Gabriele Lavia: Perché non ho alle spalle i teatri pubblici. Dovrò fare cose più piccole. 

 

La foto di apertura è di Filippo Milani©

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