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Anna Ferzetti: «Curon mi ha insegnato a rallentare i ritmi. Non vedevo l’ora di lavorare per Netflix, lo guardo sempre con le mie figlie» 

Anna Ferzetti è una delle attrici italiane più delicate ed eleganti del nostro tempo. Figlia del grande attore Gabriele Ferzetti, ha respirato sin da subito il profumo dell’Arte, un dono che ha coltivato con impegno e dedizione.

Passo dopo passo, in punta di piedi, Anna Ferzetti si è costruita uno spazio importante nel mondo dello spettacolo. Nel 2019 è stata candidata ai Nastri d’Argento nella categoria miglior attrice non protagonista per Domani è un altro giorno di Simone Spada, dove recita accanto a Marco Giallini e Valerio Mastandrea. Per la stessa interpretazione ha ricevuto anche la candidatura ai David di Donatello 2020. Ora Anna Ferzetti sta per arrivare su Netflix nell’inedita serie Curon, disponibile sulla piattaforma dal 10 giugno. Come un’equilibrista, Anna affronta ogni progetto con estrema cura. Si sente viva sperimentando e ponendosi sfide sempre nuove, e tutto ciò le permette di sentirsi libera. Questi sono gli insegnamenti che trasmette anche alle sue figlie, avute dal compagno Pierfrancesco Favino

Ci descrivi Klara, il personaggio che interpreti in Curon?

Klara è una donna molto rispettata dalla comunità, ed ha un grande senso di appartenenza verso Curon, il luogo dove vive. Cerca di tenere unita la sua famiglia, che ama profondamente. È molto materna con i propri figli, anche se on la femmina, Micki, vive un rapporto piuttosto conflittuale, ed è più legata al maschio. A volte nelle famiglie si vive qualche conflitto,  è capitato anche a me, da bambina. È normale, perché tutto viene vissuto come una competizione. Klara e sua figlia hanno delle piccole difficoltà proprio nel comunicare. Questa donna una forte paura dell’abbandono, subisce l’autorità, a volte un po’ dura, del marito che ama molto e che ha paura di perdere. L’arrivo di Anna (interpretata da Valeria Bilello), che rappresenta una figura importante del suo passato, spezza l’equilibrio di Klara, la mette di fronte ad alcune ombre che fanno crescere in lei un senso d’insicurezza e paura.

Qual è la caratteristica di questo ruolo che ti ha affascinata di più?

Klara è una persona generosa che pensa molto al prossimo. Lavora come insegnante e per lei l’educazione è una parte fondamentale della persona. Cerca di essere, agli occhi degli altri, una donna perfetta. Nel modo in cui si veste e si pone, sembra molto classica. La potrei definire una che dice spesso a sé stessa: «Va tutto bene, è tutto sotto controllo». È un collante, che cerca un modo per aggiustare le cose quando vanno male.

Anna Ferzetti sul set di Curon

Che impatto ha avuto su di te un luogo come Curon?

Curon è stato fondamentale non solo per la mia interpretazione, ma anche per la mia persona. Ho trovato necessario viverci per prepararmi ad interpretare Klara. Molto spesso quando racconti una storia, il luogo non ti aiuta o è ininfluente; invece in questo caso, ha rappresentato tutto. Lì ho avuto la possibilità di scoprire anche alcuni lati di me stessa, di vedere le cose in maniera diversa. Io vivo a Roma, una grande città che ha dei tempi ben precisi, un po’ frenetici. A Curon i ritmi sono diversi. Ho osservato gli abitanti, la loro un’estrema tranquillità, e mi sono calata nel loro modo di vivere. Riescono a fare tutto con una grande calma e questo è davvero importante. Il senso del tempo ti aiuta e determina il tuo modo di vivere. È stata una bella prova, di cui sono molto felice.

Che effetto fa essere su Netflix, in un progetto che sarà visto in 180 Paesi nel mondo?

È bellissimo sapere ti guarderanno anche dall’altra parte del mondo, per me è un orgoglio e una soddisfazione, ma anche una responsabilità portare un prodotto italiano all’estero. Varcare i confini nazionali è una grande opportunità per l’Italia. Siamo abituati a delle serie pazzesche che sono soprattutto estere. Ora credo sia il momento che anche gli italiani riescano a esportare progetti interessanti ed importanti. Netflix sta dando grande spazio a giovani registi, sceneggiatori e artisti del nostro Paese, e  questo rappresenta una grande occasione. In Italia siamo grado di realizzare ottimi prodotti, esistono sceneggiatori e registi che hanno voglia di sperimentare e di raccontare. E poi, non vedevo l’ora di lavorare con Netflix: lo guardo sempre con le mie figlie.

Quanto è importante il lavoro di squadra in questo mestiere, secondo te?

È molto importante. Se non c’è ascolto e dialogo tra le persone, tra i colleghi, è tutto inutile. Credo sia necessario parlare tutti la stessa lingua. Quando ciò accade, le storie che raccontiamo risultano di valore. I due registi di Curon, Fabio Mollo e Lyda Patitucci, sono stati meravigliosi. Hanno tenuto insieme un set straordinario, sono riusciti a lavorare sempre fianco a fianco senza mai accavallarsi. Non è facile dirigere una serie in due, eppure sono stati una coppia perfetta che si è compensata dall’inizio alla fine.

Ci racconti le emozioni della serata dei David di Donatello 2020, dove eri in nomination come miglior attrice non protagonista per Domani è un altro giorno?

Quella serata ha rappresentato un momento di grande unione. Aver svolto la cerimonia dei David in un modo così unico ci ha avvicinati al pubblico, perché anche noi, come loro, eravamo a casa. La gente ci ha visto, forse per la prima volta, come persone e non come attori, nella nostra dimensione più umana. Niente abiti lunghi e luccicanti, niente maquillage professionale. Io, come credo un po’ tutte, mi sono truccata e pettinata da sola. Questo ha contribuito ad avvicinarci e a farci sentire tutti uguali, in un momento storico così delicato.

Anna Ferzetti con Valerio Mastandrea, Marco Giallini e Simone Spada alla presentazione di “Domani è un altro giorno”

Che Italia hai visto in queste settimane di lockdown?

Il nostro Paese ha risposto in modo molto positivo alla situazione. Ho visto finalmente uno scambio tra le persone e tra le comunità. Eravamo tutti uniti, vivevamo la stessa situazione. Abbiamo sentito la voglia di parlare con le persone che incontravamo, nelle poche ore in cui si usciva. Abbiamo avvertito la voglia di vivere il prossimo, ed è qualcosa che non dobbiamo dimenticare. Questo periodo ha avuto un impatto molto forte un po’ per tutti. Per qualcuno è stato drammatico: penso alle persone che hanno perso i propri cari, a chi è stato male. Il lockdown è arrivato come una grande lezione, che ci ha costretti a riflettere: avevamo bisogno di fermarci. Eravamo arrivati ad un punto di non ritorno. La lezione è stata chiara. È stato come quando si rimprovera un bambino per aver superato il limite e gli si dice: «Non lo fare più!».

Tu come hai vissuto questo periodo?

Ho avuto molta paura per mia madre, per le mie figlie, in queste settimane. Abbiamo vissuto un periodo molto stressante e pericoloso. Eppure, questo momento in qualche modo ci ha uniti ancora di più.

Il cinema è uno degli ultimi settori a ripartire. Cosa cambierà da ora in poi?

Mi auguro che si punti di più sulla qualità che sulla quantità dei progetti. È meglio fare meno, ma dare importanza a ciò che conta. Il nostro settore deve riprendersi pian piano. Con i vari protocolli, giorno dopo giorno, ogni maestranza ricomincerà a lavorare. Il cinema, la TV ed il teatro non possono fermarsi. Abbiamo fatto compagnia a molte persone durante la quarantena. Anche io ho guardato molto la TV, ho visto parecchi film. In qualche modo, l’arte è stata fondamentale in questo periodo.

La tua carriera sta vivendo un periodo molto intenso e ricco di soddisfazioni…

Sì, questo è stato un anno molto positivo, un periodo pieno di cambiamenti, che ha avuto inizio con l’uscita di Domani è un altro giorno. Nel 2019, oltre alla candidatura ai Nastri d’Argento come miglior attrice non protagonista, ho avuto l’occasione di presentare la cerimonia di premiazione a Taormina. Non avrei mai immaginato di ricevere, poi, la candidatura ai David di Donatello. Mi sono emozionata , quando mi è arrivata la notizia.

Come ti descriveresti come artista, oggi?

Mi definiscono “un’attrice che entra in punta di piedi”. Ed è vero. Io entro piano piano nel mondo. Amo sperimentare. Faccio l’attrice, ma quando è arrivata la possibilità di condurre mi sono detta: Perché no?  Provengo dalla vecchia scuola. Ho avuto un grande esempio come quello di mio padre.
Lui, nato nel 1925, ha fatto sempre e solo l’attore eppure mi ha insegnato che, ai suoi tempi, un artista doveva essere pronto a fare un po’ tutto. Per me un artista è tale se lo è a 360 gradi. Sperimentare cose nuove mi fa sentire viva. Mi piace sfidare me stessa, mettermi alla prova. Ad esempio, mi piacerebbe molto fare un’esperienza in radio. Cerco di rispettare sempre il lavoro degli altri, non amo improvvisare. Se decido di mettermi in gioco, studio e mi impegno: deve esserci sempre un lavoro dietro. Credo moltissimo in chi studia. Dico sempre ai giovani che è importante studiare.

 

E come donna, invece?

Mi sento ancora piena di cose da scoprire. I tempi e la società stanno cambiando, e ogni donna sta uscendo fuori da quei cliché che appartengono anche al cinema. Abbiamo un mondo da raccontare e da esplorare. Non ho ancora capito perché sembra essere più facile raccontare un uomo, nelle storie. Per me, invece, siamo tutti uguali, ed è un elemento che emerge anche nelle dinamiche della mia famiglia. Sono molto felice di lavorare. Alle mie figlie dico sempre: «Volete una mamma soddisfatta, che torna a casa felice? Bene, allora mamma ha bisogno di fare il suo lavoro». Questo rappresenta un senso di libertà per me. Insegno alle mie figlie a rispettarsi come donne, a volersi bene, ad aver fiducia in sé stesse, a credere in ciò che fanno.

 

 

 

 

 

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