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Margherita Laterza: «Non voglio essere più come mi vogliono gli altri»

Romana, 32 anni il prossimo 1° maggio, Margherita Laterza ha studiato al Centro Speriementale di Cinematografia. Dopo vari cortometraggi, si è fatta notare sia in televisione, partecipando a Don Matteo 8, I Cesaroni, e Un matrimonio di Pupi Avati, che al cinema.

Nel 2009 Margherita Laterza ha interpretato il film di Luis Prieto “Meno male che ci sei”, e nel 2012 “Il terzo tempo” di Enrico Maria Artale, in concorso alla Mostra del Cinema di Venezia. Sono seguiti numerosi altri ruoli in fiction e serie TV, come “I Borgia”, “Il Paradiso delle Signore”, “Nero a Metà” e “Il Silenzio dell’acqua”. Ora la ritroviamo nella serie “Bella da morire” di Andrea Molaioli, dove recita accanto a Cristiana Capotondi e a Lucrezia Lante della Rovere.

L’attrice interpreta un medico legale assolutamente moderno e credibile in un progetto televisivo che regala personaggi femminili necessari e meritevoli della nostra attenzione. Margherita Laterza, dallo sguardo profondo e puro, è cambiata negli anni della sua crescita artistica che l’hanno vista alternarsi tra teatro, cinema e TV. Ha portato nelle storie che racconta la consapevolezza di ciò che vuole essere. Questo giovane talento pieno di sensibilità ha imparato ad essere quello che pensa e vuole. Ci ricorda che è importante che ogni piccola o grande azione che compiamo dobbiamo volerla per noi stessi e mai per compiacere gli altri. Perché ogni nostra piccola autenticità, messa una dopo l’altra, ci porta a scoprire la libertà.

In “Bella da morire” interpreti il medico legale Anita Mancuso. Come si costruisce una donna di scienza come lei?

Fin dalla scrittura, avevo un’immagine di Anita particolarmente sensibile. Se pensiamo alla figura del medico legale, immaginiamo una persona principalmente fredda. Ma il mio è un medico legale sensibile come ce ne sono tanti altri. Anzi, molti medici legali vivono la propria umanità con i morti. Ho conosciuto una donna, medico legale, che mi ha raccontato l’inizio della sua carriera. Ha scelto questa professione perché si era resa conto di voler dare giustizia alle persone. Quando un medico legale deve occuparsi di un caso, entra in gioco l’umanità della persona ed è quello che ho cercato di far emergere anche dal mio personaggio. In Anita ho sottolineato quel suo lato da bambina, che le permette di rifugiarsi nel suo laboratorio e di nutrirsi dei suoi sogni, del suo idealismo.

La purezza di Anita è qualcosa che ho voluto fortemente mostrare. Le ho donato la mia voglia di giocare. Sono una persona che ama la purezza e che cerca di vedere sempre il buono negli altri. Questa è un’arma a doppio taglio per me e in questa giovane donna ho posto la purezza nello sguardo. Ho voluto darle molte sfumature profonde e oneste, che mi appartengono.

In questo progetto emerge il tema della violenza sulle donne. Che pensiero ti sei fatta su un argomento ancora così doloroso e difficile da arginare?

Era doveroso parlare di violenza di genere in una serie TV. È un tema che mi tocca molto. Come ogni donna in Italia, ho vissuto il sessismo, la discriminazione, il maschilismo. Molto spesso il femminicidio avviene perché la donna si libera e cerca di alzare la testa con forza. Questo mette in crisi alcuni uomini che non hanno gli strumenti giusti per relazionarsi alle donne. C’é bisogno di riscrivere il rapporto tra uomo e donna. La nostra generazione di donne non sogna soltanto di stare a casa e creare una famiglia. Non vogliamo essere soltanto figure rassicuranti. Non vogliamo più sminuirci.

Quale può essere la forza ma anche la novità di una serie del genere, secondo te?

Le figure femminili che raccontiamo non sono rassicuranti. Anita è bravissima nel suo lavoro ed è anche un po’ folle. Eva, interpretata da Cristiana Capotondi, ha dentro di sé l’irruenza e il coraggio. Il personaggio raccontato da Lucrezia Lante della Rovere è una donna dedita al suo lavoro. Abbiamo raccontato figure femminili che non sono gli angeli del focolaio.

Per esempio, il personaggio di Marco, che ha il volto di Matteo Martari, ha delle caratteristiche che potrebbero sembrare tipicamente da personaggio femminile. È accogliente, sensibile. La televisione ha fatto un passo in avanti per le donne, dopo anni in cui si proponeva un modello di donna sempre poco moderno. Abbiamo bisogno di raccontate mille donne diverse ed è giusto che si cominci a dar loro spazio. Ci sono ancora troppe poche protagoniste donne nei nostri progetti. Il mondo femminile è ancora tutto da raccontare. Mancano le storie che partono dal punto di vista femminile.

Foto di Salvatore Rocco
A teatro porterai un testo che hai scritto sulla paura della femminilità. Come nasce questa idea?

Sono cresciuta con una madre che mi ha sempre detto: “Tu puoi fare ciò che vuoi”. Eppure, quando faccio ciò che voglio, destabilizzo gli uomini che ho di fronte. Quando esprimi te stessa e la tua femminilità, ancora oggi, puoi destare paura negli uomini. Ho voluto parlarne nel mio spettacolo, affrontando l’argomento in modo ironico e dissacrante. Entro in scena parlando al pubblico e chiedendo: “Vi faccio paura?”. Da quella domanda, iniziano una serie di provocazioni.

All’interno di questo spettacolo ho voluto far emergere il punto di vista femminile, ma provo anche a riuscire a rendere più chiaro il punto di vista maschile. Siamo la prima generazione di donne che può cambiare il rapporto tra uomo e donna. Possiamo vincere questa sfida difficilissima. Siamo cresciute con le favole delle principesse salvate dai principi. Siamo ancora legate a dei ruoli femminili e maschili abbastanza definiti che ci riportano alle generazioni dei nostri genitori e nonni.

Se ti guardi indietro, dall’inizio della tua carriera fino ad arrivare ad oggi, quanto senti essere cambiata e quali consapevolezze porti dentro di te in questo momento?

Sono tanto cambiata. Ho vissuto un lungo periodo in cui ho cercato di conformarmi a quello che mi veniva richiesto da fuori. Adesso ho capito che è più importante cercare la propria voce, piuttosto che conformarsi agli altri. Per riuscire a trovare quella voce, devi essere fiera delle tue stranezze. Bisogna cercare di esprimere se stessi, sempre. Ho bisogno di esprimermi autenticamente. Ho capito che non voglio essere bella, come mi vogliono gli altri. Non voglio essere rassicurante, come mi vogliono gli altri. Non voglio nemmeno essere l’attrice che vogliono altri.

Foto di Salvatore Rocco
Un momento così complicato per tutti noi come questo, su cosa può spingerci a riflettere?

Per molto tempo, tutti noi abbiamo identificato la libertà nella libertà di spostarci, di andare al ristorante, di andare dai nostri amici, di comprare ciò che volevamo e quando volevamo. La condizione che stiamo vivendo ora ci obbliga a capire che la cosa più importante da ricercare è la libertà dell’autenticità. Credo che sia importante far emergere se stessi. Spero che le persone stiano usando bene questo periodo per guardarsi negli occhi e dirsi: ”Ok, sei un essere umano’. Vorrei che le persone si guardassero come esseri umani. Questa è la più grande libertà che abbiamo: l’umanità. Di tantissime cose possiamo farne a meno. Abbiamo una grande occasione per fermarci e riflettere.

Possiamo finalmente capire che il nostro stile di vita non va più bene. È strano che lo colleghi a questo momento particolare, eppure ci penso spesso. Ho visto un’immagine, pochi giorni fa, in cui le acque di Venezia erano così limpide e quell’immagine mi ha fatto molto riflettere. Mi sono resa conto di quanto male possiamo fare a questo pianeta. Noi esseri umani dobbiamo fermarci e chiederci dove stiamo andando. Non voglio un mondo che finisce. Voglio un mondo che ha un futuro. Siamo stati in grado di distrarci per troppo tempo. Adesso, è arrivato il momento di riflettere sul nostro mondo.

 

 

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