Debi Mazar racconta al Marateale 2026 gli esordi con Martin Scorsese, la sua vita tra New York e la Toscana, l’amore per il cinema italiano e i nuovi progetti.
New York le è rimasta addosso: nell’accento, nella velocità dello sguardo, in un’energia che neppure la campagna toscana, con i suoi ulivi, i cervi e i cinghiali, è riuscita ad addomesticare del tutto. Ma Debi Mazar, ospite del Marateale 2026, oggi vive soprattutto in Italia. Una scelta nata non dal cinema, ma dall’amore.

«Sono venuta in Italia per amore», ha raccontato l’attrice statunitense. Sposata da ventiquattro anni con Gabriele Corcos, chef toscano, e madre di due figlie, Mazar aveva fatto una promessa alla suocera: riportare suo figlio a casa. E così è stato.
New York resta «il mio DNA, la mia passione, il mio luogo. Sono newyorkese da quattro generazioni», ma dopo i cinquant’anni l’attrice ha sentito il bisogno di cambiare ritmo. «Mi sono detta che forse ero pronta per un’altra vita: i cinghiali, i cervi, gli ulivi, i cipressi, le galline. Volevo stare nella natura e avere un giardino».
Una vita più lenta, anche se non necessariamente più semplice. Per una donna che si definisce profondamente socievole, abituata a ballare e a vivere dentro l’energia delle grandi città, la campagna può risultare persino «un po’ noiosa». Eppure proprio lì, tra gli animali e il giardino, Debi Mazar ha trovato una dimensione meditativa.
Debi Mazar: l’incontro con Pasolini e l’amore per il cinema
Il legame con l’Italia, però, precede di molti anni il trasferimento in Toscana. È cominciato davanti a uno schermo, quando Mazar aveva circa sedici anni e vide per la prima volta Salò o le 120 giornate di Sodoma di Pier Paolo Pasolini.

«Quel film mi mise letteralmente in ginocchio», ha ricordato. Dopo Pasolini arrivarono Fellini e Visconti, quindi la scoperta di un cinema capace di trasformarsi in rifugio e in possibilità.
Cresciuta in una famiglia disgregata, Debi Mazar ha trovato nella recitazione una forma di evasione. «Mi dava la possibilità di essere qualcun altro, di nascondermi dietro le battute e di creare dei personaggi».
Non sorprende, allora, che tra i suoi riferimenti abbia citato Giulietta Masina, Alberto Sordi e Anna Magnani, insieme a Catherine Deneuve. Interpreti molto diversi, accomunati dalla capacità di dare corpo a figure imperfette, contraddittorie, mai completamente pacificate.
«Ho sempre cercato personaggi feriti, persone capaci di essere divertenti ma con una zona d’ombra», ha spiegato. È forse questa la cifra più riconoscibile della sua carriera: donne forti, spesso spigolose, mai riducibili a un’unica definizione.
L’esordio con Martin Scorsese in “Quei bravi ragazzi”
Il debutto cinematografico arrivò nel 1990 con Quei bravi ragazzi di Martin Scorsese, accanto a Robert De Niro, Joe Pesci e Ray Liotta. Mazar interpretava Sandy, una delle presenze femminili di quel mondo criminale raccontato senza mitologie consolatorie.

L’attrice comprese subito di trovarsi dentro qualcosa di importante. La storia degli italiani a New York, delle famiglie di immigrati e della mafia apparteneva anche al paesaggio culturale in cui era cresciuta. «Era nel mio sangue, nel mio DNA: la famiglia, gli italiani a New York, gli immigrati. Anche la mia era una famiglia di immigrati».
Fare ricerca su quell’ambiente fu affascinante, ma proprio dopo quell’esordio Mazar capì di non voler restare imprigionata nel ruolo della ragazza newyorkese. L’accento della città era potente e immediatamente riconoscibile, ma rischiava di trasformarsi in una gabbia. Per questo iniziò a studiare dizione e pronuncia, lavorando sull’accento britannico, russo e dell’Europa orientale. Il suo obiettivo era attraversare lingue, Paesi e personaggi diversi senza perdere naturalezza.
Una ricerca che l’ha portata anche in Spagna, dove ha recitato nella serie Arde Madrid imparando il castigliano, e in Italia, dove ha lavorato per la televisione. «Amo la mia carriera, mi diverto e cerco sempre di trovare l’accento giusto e di parlare correttamente la lingua del personaggio».
Debi Mazar e la nuova vita italiana
Oggi Debi Mazar trascorre circa l’ottanta per cento del proprio tempo in Italia. Poi torna a New York, ritrova gli amici, va a ballare la salsa e recupera quella parte di sé che la Toscana non può e non deve sostituire.
Dell’Italia ama l’arte, la storia, il paesaggio e soprattutto le persone. «Gli italiani sono intelligenti, si vestono bene e cucinano benissimo», ha detto, scherzando però sui tempi sospesi del mese di agosto.

Il suo compleanno cade il 13 agosto, nel cuore di quel Ferragosto durante il quale sembra impossibile trovare qualcuno disposto ad aggiustare qualunque cosa. «Se si rompe qualcosa in casa, puoi quasi dire: compriamo direttamente un frigorifero nuovo».
Ma è proprio questa capacità italiana di interrompere tutto, salutare e andare al mare ad affascinarla. Così come l’apparente calma degli italiani: «Sembrano sempre tranquilli, anche quando non lo sono affatto. Fanno finta molto bene».
Dietro l’ironia resta una dichiarazione d’amore molto netta. «Credo nell’amore. La vita è breve e bisogna avere il coraggio di rischiare, di cogliere le opportunità».
I nuovi progetti tra recitazione e scrittura
La nuova vita italiana non coincide con un ritiro. Al contrario, Mazar sta lavorando a un progetto dedicato ai santi e alle tradizioni popolari italiane, che la porterà a viaggiare in diverse regioni.
Il racconto dovrebbe intrecciare cibo, commedia e dramma, avvicinandosi alle figure dei santi più attraverso la cultura, il folklore e l’immaginario popolare che attraverso una prospettiva strettamente religiosa.

Parallelamente, l’attrice sta sviluppando contenuti propri e pensando a un libro autobiografico. E continua a studiare italiano, con un obiettivo preciso: riuscire a recitare nella nostra lingua. «Spero di poterlo fare tra un paio d’anni», ha confessato.
Dopo oltre quarant’anni di carriera, Debi Mazar continua dunque a comportarsi come un’interprete agli inizi: studia, cambia accento, attraversa nuove lingue e si rimette in gioco. New York resta il punto di partenza. L’Italia, invece, è diventata la possibilità di un altro tempo.


