Melanie Liburd si racconta a Wondernet: da This Is Us a A Year in London, tra cinema, moda, identità e storie che contano.
Londra l’ha formata, l’ha cambiata, e adesso quella stessa Londra è il titolo di un film. Melanie Liburd è nata nell’Hertfordshire. Madre inglese, padre originario di Saint Kitts e Nevis. Prima di diventare attrice ha girato il mondo come modella e studiato Fashion Design. La recitazione è arrivata dopo, alla Identity School of Acting di Londra, dove ha affrontato Stanislavski, Meisner, screen acting, improvvisazione.
Dal 2018 al 2021 è stata Zoe Baker in This Is Us, la serie NBC acclamata dalla critica, conquistando insieme al cast il SAG Award come miglior ensemble drammatico. Da lì ha attraversato mondi distanti: la serie crime Power Book II: Ghost su Starz, il controverso The Idol su HBO e Bad Boys: Ride or Die accanto a Will Smith.

In A Year in London, il film di Flaminia Graziadei in uscita il 14 aprile 2026, interpreta Nina Clark: designer affermata, mentore, donna che ha imparato a tenere tutto a distanza di sicurezza, finché una rapina a mano armata non ridisegna i confini tra lei e la sua studentessa. Una storia d’amore che nasce dal trauma, ambientata tra Londra e la Basilicata, con la moda come lingua e la sopravvivenza come punto di partenza.
Al Le Méridien di Roma arriva in completo pantalone a stampa fantasia: figure geometriche, caroselli, colori caldi su fondo avorio. Portamento dritto, sorriso misurato. Arriva insieme a Nina Pons, che nel film interpreta Olivia, e alla regista Flaminia Graziadei. Ed è da Londra che partiamo: la città di A Year in London, ma anche la città in cui è cresciuta professionalmente.
Melanie Liburd si racconta: da This Is Us a A Year in London
Che cos’è Londra per te oggi?
Londra sarà sempre la mia città preferita. Ovunque guardi c’è cultura, arte, creatività. È stata la prima città in cui mi sono trasferita dopo aver lasciato casa, ed è lì che ho iniziato la mia carriera e sono cresciuta. Ricordo quante volte mi perdevo, scoprendo angoli nuovi e persone affascinanti provenienti da ogni contesto. Alcuni dei miei migliori amici e parte della mia famiglia vivono ancora lì, quindi ci torno spesso.
Nina e Olivia sopravvivono a una rapina a mano armata e da quel momento tutto cambia tra loro. In che modo quell’esperienza di sopravvivenza diventa, paradossalmente, il linguaggio dell’intimità?
Nina e Olivia vivono qualcosa di terribile, e quando attraversi un’esperienza del genere insieme a qualcuno, condividendo quel dolore, è inevitabile che ti avvicini. È proprio questo che dà inizio al legame profondo tra loro. Nasce una forma di protezione reciproca e una fragilità condivisa.
Nina è la professoressa di Olivia, quindi si trova in una posizione di potere e vuole rispettarla: per questo è molto attenta, si muove con cautela. Da quel momento vediamo Olivia rendersi conto di quanto quell’attacco abbia reso Nina vulnerabile e finalmente le permette di avvicinarsi.

Nina era stata ferita profondamente in una relazione passata, uno dei suoi primi amori. Questo l’ha cambiata, l’ha resa più chiusa, più difensiva. Olivia riesce a trovare un modo per entrare e abbattere quelle barriere. L’amore e l’intimità, per qualcuno come Nina, possono essere qualcosa di spaventoso. Ed è proprio questo che rende quel momento così bello.
Nina lavora nella moda. Hai una formazione in Fashion Design e conosci quel mondo dall’interno: quanto di ciò che il film racconta è reale e quanto è costruzione?
Abbiamo cercato di essere il più autentici possibile, sia nelle relazioni sia nel modo in cui raccontiamo il mondo della moda, anche grazie a quello che conosciamo in prima persona. È un ambiente duro, competitivo e, come la recitazione, richiede una certa resistenza perché è molto instabile.
Volevamo anche sottolineare quanto sia importante la sostenibilità e quanto il fast fashion possa avere un impatto davvero negativo sul mondo. Anche piccoli gesti, come l’upcycling o un modo più consapevole di viaggiare, possono contribuire a cambiare le cose.
Hai vinto un SAG Award con il cast di This Is Us e hai lavorato in The Idol e Bad Boys. Eppure su di te si trova meno di quanto ci si aspetterebbe. Cosa dice questo dell’industria cinematografica?
Il mondo della recitazione è un ambiente davvero interessante, ma anche molto imprevedibile. Ti abitui a sentirti dire “no” molto spesso, quindi è fondamentale amare davvero quello che fai, amare il tuo mestiere.
Io sono anche una persona molto riservata: mi interessa più il lavoro, stare sul set, che tutto ciò che riguarda la fama. E mi sento davvero grata di poter fare questo lavoro.
Ti sei mossa tra universi narrativi molto diversi: da Catalyst a A Year in London, fino a Bad Boys. Cosa stai cercando davvero oggi come attrice? C’è un personaggio che non ti è ancora stato concesso di interpretare?
Oddio!… ce ne sono davvero tantissimi che vorrei ancora interpretare. Anche perché nel mondo esistono così tante persone complesse, brillanti, interessanti. Mi piacciono i personaggi sfumati, lontani da me. E allo stesso tempo mi interessa raccontare storie che abbiano un peso, che arrivino da contesti diversi e che magari possano anche cambiare, in meglio, il modo in cui le persone vedono le cose.

Penso che la recitazione e il racconto siano un modo incredibile per capire come vivono gli altri, per entrare in contatto con culture e realtà diverse senza giudicare.
Mi piacerebbe fare un film in costume… adoro l’action e il dramma psicologico. Mi piacerebbe anche girare un thriller tra il Regno Unito e altri paesi europei — Londra, Italia, Spagna, Germania — sarebbe molto divertente. E poi vorrei fare un film sul senso di appartenenza, girato tra il Regno Unito e Saint Kitts e Nevis, da cui vengono le mie radici.
Il film è stato realizzato tra Italia e Regno Unito. Che differenza c’è nel modo di costruire una scena: in termini di tempi, ritmo e relazione con il set?
La differenza direi che dipende soprattutto dalla troupe che hai e da quanto le persone si conoscono e sono abituate a lavorare insieme. Quando una squadra è davvero a suo agio, lavora in sintonia, come un meccanismo perfetto, e tutto diventa molto più veloce.

Noi abbiamo avuto una troupe bellissima sia in Italia che a Londra. Tornare a lavorare a Londra è stato davvero speciale, perché era da tanto che non ci tornavo, né per vivere né per lavorare. È stato bello rientrare e ritrovare amici dopo le giornate sul set. E poi lavorare lì d’estate è meraviglioso.
In Italia invece abbiamo girato in posti in cui non ero mai stata prima, come Roma e la Basilicata, nel sud, che ho trovato davvero bellissima. La troupe italiana era velocissima, super efficiente, e il nostro direttore della fotografia è davvero bravo. Alla fine delle riprese eravamo diventati una famiglia.
Entrare in un franchise come Bad Boys significa muoversi dentro un universo già definito. In un film come A Year in London, invece, quel perimetro è più fragile. Come attrice, cosa ti attrae — o cosa ti spaventa — di un progetto più aperto?
Bad Boys è un franchise enorme ed è stato davvero un piacere lavorare su quei set, tra Atlanta e Miami. Will Smith è uno degli attori migliori con cui abbia mai lavorato, ed è anche un leader incredibilmente generoso; e questo, su produzioni così grandi, fa davvero la differenza.

Io affronto ogni lavoro più o meno allo stesso modo: se mi piace la sceneggiatura e il personaggio mi interessa, mi entusiasmo subito e voglio fare il miglior lavoro possibile. Credo anche che sia importante prendersi dei rischi e raccontare storie in cui credi davvero.
Per me la rappresentazione conta molto, perché crescendo non vedevo molte persone che mi somigliassero sullo schermo, né diversi tipi di relazioni o legami.
Sei cresciuta in una delle contee più bianche d’Inghilterra, senza vedere persone come te rappresentate sullo schermo. Oggi alcune serie stanno cambiando questo immaginario inserendo corpi diversi in storie già esistenti. È un cambiamento reale o solo superficiale?
Credo che il cambiamento richieda tempo, e a volte dà proprio la sensazione di fare un passo avanti e due indietro. La cosa importante è continuare a raccontare storie diverse e rappresentare persone di ogni provenienza, con abilità diverse, corpi diversi, identità e orientamenti diversi, in modo che tutti possano sentirsi visti, ascoltati e rappresentati. E finché non ci saranno davvero gli stessi diritti e le stesse opportunità per tutti, il lavoro non è finito.

I programmi DEI si stanno riducendo, e questo film sembra collocarsi proprio in quello spazio: una storia queer con protagoniste non bianche. Cosa significa realizzarlo oggi, in questo contesto?
È esattamente uno dei motivi per cui ho scelto di fare questo film. È qualcosa di molto importante per me e per tante altre persone. Ed è anche bello, come attrice con un’identità mista, essere vista in modo diverso, in una luce più sfumata.
All’interno di una relazione positiva che magari molte persone non hanno mai visto o conosciuto prima. Questo aiuta a sviluppare empatia, a capire meglio un mondo diverso dal proprio e a lasciare andare giudizi e pregiudizi. Perché, alla fine, l’amore è amore.
Nina trova l’amore dove non lo stava cercando. Tu dove cerchi le cose che contano davvero? E dove hai smesso di cercare?
Penso che, se riusciamo a restare aperti e curiosi, e a ricordarci quanto possono essere straordinarie le persone, a volte troviamo proprio nelle cose che non stavamo cercando quelle più giuste per noi.
Cerco di andare dove sento una buona energia e di stare lontana da ciò che non ti valorizza. E trovo sempre interessante cambiare idea, scoprire di avere torto, vedere il mondo attraverso gli occhi di qualcun altro e imparare qualcosa di nuovo. È anche per questo che amo così tanto raccontare storie.


