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Noemi Brando, l’invisibile che non vuole più nascondersi

Primo piano di Noemi Brando con capelli corti mossi e sguardo intenso durante l’intervista per la serie L’Invisibile su Rai1
Noemi Brando ha 25 anni e vorrebbe vivere in un’altra epoca. Non questa, dove per esistere devi mostrarti. In L’Invisibile interpreta l’unica donna di una squadra del ROS. E scopre che nascondersi è una strategia. Anche per lei.

Noemi Brando lo dice senza giri di parole, seduta su una poltroncina della sala stampa Rai dove tutti intorno fotografano: “Non amo l’epoca in cui viviamo”. Ha 25 anni ma sembra nostalgica di un tempo che non ha mai conosciuto. Un tempo in cui, forse, avresti potuto dire a qualcuno “sono un veterinario” invece che attrice, e nessuno avrebbe controllato su Instagram se stavi mentendo.

Arriva puntuale, naturalmente. “Sul set, se l’appuntamento è alle sette, alle sei e quaranta sono già lì”. Ex tennista agonista fino a 17 anni, veneziana, iperattiva confessa. L’abbiamo vista come Tina, la migliore amica di Gianna Nannini in Sei nell’anima di Cinzia TH Torrini, e in una scena potente di Supersex di Francesca Mazzoleni. Ha lavorato con Paolo Virzì, Ferzan Özpetek, Matteo Rovere.

Ma è in L’Invisibile (Rai1, 3–4 febbraio; boxset su RaiPlay), la serie di Michele Soavi sulla cattura di Matteo Messina Denaro, che interpreta il personaggio più simile a lei: Nikita, unica donna in una squadra di Carabinieri del ROS, pilota eccezionale, donna del nord. Un personaggio forte, forse più forte dei suoi compagni. Che le somiglia più di quanto voglia ammettere.

Noemi Brando: l‘arte di non farsi vedere

Unica donna del gruppo. Ti sei trovata a dover dimostrare qualcosa in più degli altri?

“Sono entrata sul set con un po’ di ansia, perché appunto ero l’unica donna, la più giovane, del nord. Quindi ho detto: Dio, chissà che succederà. In realtà Nikita è un personaggio estremamente forte che, anzi, è più forte forse dei suoi compagni. Si è integrata benissimo all’interno di questo gruppo. È un personaggio che a me è piaciuto molto proprio perché è così tosto e solido. E che lotta per ciò che crede giusto. Mi sembrava bello dare anche una visione di una donna giovane che vuole lavorare, vivere del suo lavoro, essere riconosciuta per quello che fa”.

Sul set, cosa pesa di più: essere l’unica donna o far finta che non conti?

“Ho cercato di fare in modo che la differenza non si vedesse. Michele Soavi è riuscito a dare centralità e sensibilità al mio personaggio come agli altri. Nikita non chiede spazio: se lo prende lavorando. Semplicemente facendo il suo lavoro”.

La serie racconta persone che lavorano nell’ombra, senza riconoscimento. Un po’ come molti attori.

“Mi ha colpito che la serie non racconti l’apologia del male ma gli invisibili, le persone che stanno nell’ombra. Io sono affascinata da chi lavora e poi le cose le fa davvero”.

Ti somiglia questa idea di autorevolezza silenziosa?

“Sì, mi ci sono vista subito. Amo il mio lavoro e vivo per il mio lavoro. Imparo a conoscermi anche attraverso i personaggi: ogni giorno mi metto alla prova. Alla fine noi attori raccontiamo noi stessi attraverso gli altri”.

Nikita controlla sempre il suo corpo. Tu come sei quando il corpo non deve performare?

“Mi rispecchio molto in lei. Sono iperattiva. Mi viene l’ansia a stare ferma. Anche fuori dal set”.

Nella storia c’è una malattia che lei tiene nascosta: la vulnerabilità, per una donna, è ancora un prezzo da pagare in termini di credibilità?

“Sì. Anche la malattia viene tenuta nascosta come se fosse un sintomo di debolezza. È assurdo, perché la malattia non fa distinzioni. Nikita non dice niente a nessuno e continua a lavorare finché… È ostinata. Io sarei come lei: terrei tutto nascosto fino all’ultimo. Anche se forse non è giusto”.

Dal tennis cosa ti porti sul set?

“Soavi è appassionatissimo di tennis e abbiamo iniziato a giocare insieme. Mi ha detto una cosa: stare sul campo è un po’ come stare sul set. Devi essere creativo e libero, però con disciplina e presenza totale. Per me, se l’appuntamento è alle sette, alle sei e quaranta sono già lì”.

E cosa hai dovuto disimparare?

“Perdere il controllo. Io sono maniaca del controllo. Sul set devi perderlo. È quello che sto imparando adesso”.

Per i Carabinieri del ROS l’invisibilità è una strategia; per te, all’opposto, la visibilità è una condizione di lavoro. Che regola ti dai per non subire il peso dell’immagine?

“Prima cercavo l’accettazione, l’amore degli altri. Tenevo tantissimo alla mia immagine, mostrando una parte non vera: una corazza. Avevo sempre il freno a mano, tanti scudi. Adesso questo disinteresse verso il giudizio degli altri sta prendendo il sopravvento. Sto facendo un percorso per riappropriarmi della mia vera natura: meno rassicurante e più vera”.

Oggi sembra che esisti nella misura in cui mostri tutto. Che idea hai della vita privata?

“La gente è ossessionata, vorace della vita altrui. Mettere un confine è importante. Mi confonde l’idea di attrice come personaggio e poi come persona. Ho conosciuto una persona e non le ho detto niente del mio lavoro: per un attimo avrei voluto dire ‘sono un veterinario’. Detesto l’idea di stare in coppia con qualcuno del mio settore: vorrei un astronauta”.

Hai un rapporto complesso con i social?

“Non tanto per il telefono in sé: se mi dico che non lo uso per una settimana, posso farlo. È più la questione delle aspettative: gli altri si aspettano che pubblichi, che tu sia reperibile. Avrei voluto vivere in un’altra epoca”.

Cosa cerchi davvero? In poco tempo hai interpretato biopic, serie, ruoli drammatici. Qual è il rischio più grande?

“Non riuscire a governarli. Dico sempre che non bisogna giudicare i personaggi, bisogna avvicinarsi con empatia. Ma quando interpreti il punto di vista di un altro, ci metti la faccia e tutta te stessa. E la difficoltà è uscire da quel ruolo quando sei a casa e dovresti tornare te stessa. Devi imparare a lasciare il personaggio sul set”.

E cosa scegli di tenere per te?

“Ho capito che sono molto simpatica. Ma ho paura di perdere il controllo, quindi tengo il freno a mano. E mi dispiace perché magari impedisco di far vedere anche l’attrice che vorrei essere. Mi hanno proposto sempre provini tosti, drammatici. Io invece vorrei fare una commedia”.

Una donna italiana che sogni di interpretare?

“Oriana Fallaci, ma l’hanno appena fatta. Oppure Mina. Mi ucciderei per fare Mina”.

I personaggi femminili, in Italia, spesso restano cliché. Tu cosa cerchi davvero?

“Donne forti e solide, che ribaltino l’idea di donna rassicurante e fragile. Mi piacciono personaggi con crepe, fragilità, ma che lottano per ricucirle. E mi piace l’idea di un femminile dedicato a una missione, a una sfida, non ‘la ragazza di qualcuno'”.

In Supersex hai detto: “mi sono sentita solo carne”. Quando hai capito che poteva essere anche una scelta e non una riduzione?

“È stato un ruolo difficile perché non avevo un personaggio ampio. Sono arrivata sul set e dovevo fare quella di sesso violento: lì richiedeva che io fossi un pezzo di carne. Adesso, rivedendo tutto, raccontare anche quella parte non mi dispiace. Mi piacerebbe però raccontare di più erotismo e sensualità: si è un po’ persa questa cosa, ormai è tutto a rapido consumo”.

E il limite?

“Sono molto libera. Non sopporto il moralismo e il cinismo. Ho imparato a convivere bene con il mio corpo, lentamente. Quando ti senti bene e libera, riesci anche a lasciarti andare”.

Ti capita di sentirti guardata più per il tuo fisico che come attrice?

“Entrambe. Nel giusto modo. Dover scegliere è un falso moralismo. A un uomo non si chiede di scegliere tra bello e bravo. In questa serie mi hanno ‘imbruttito’ molto e all’inizio avevo ansia: poi ho pensato che serviva che Nikita fosse un personaggio forte, ma anche ‘porta accanto’. In Italia c’è ancora questa idea di femminile rassicurante, più che la diva irraggiungibile. All’estero è diverso”.

Sei sempre elegante. La moda, per te, è linguaggio o armatura?

“Forse tutte e due. Ogni tanto vorrei buttarmi, provare qualcosa di eccentrico, però poi non rispecchierebbe quello che sono. Devi essere coerente anche nel vestire. Conservo ancora il trench Burberry di mia madre: è il simbolo dell’eleganza delle donne di una volta anche nell’abbigliamento informale.

Quando tutto si chiude e torni a casa, chi è Noemi Brando?

“Prima avevo molta più ansia: quando si chiudeva un set entravo in un’ansia forte, non sapevo stare bene nel mondo delle aspettative. È un lavoro bellissimo ma anche terribile: sei costantemente nello sguardo di qualcuno e nell’attesa di una risposta. Per una maniaca del controllo non è facile, perché non dipende da te. Adesso, col tempo, dico: è così. Se ti piace questo mestiere devi accettare anche che le luci si chiudano, magari per mesi, e poi si riaprano”.

“Sto imparando a lasciar andare”, dice Noemi alla fine. E per la prima volta non sembra una dichiarazione d’intenti. Sembra già una vittoria.

L’Invisibile, il cast della serie di Pietro Valsecchi

Nel racconto corale diretto da Michele Soavi, ogni interprete contribuisce a dare spessore umano alla squadra che opera nell’ombra. Lino Guanciale è Lucio Gambera, presenza carismatica e punto di equilibrio del gruppo. Accanto a lui, Massimo De Lorenzo veste i panni di Sancho, mentre Giacomo Stallone è Dago e Roberto Scorza interpreta Garcia, tasselli operativi di una squadra compatta e silenziosa.

Il cast della serie L’Invisibile riunito attorno a un tavolo operativo con monitor di sorveglianza sullo sfondo
Il cast de L’Invisibile, la serie Rai1 sul lavoro del ROS – wondernetmag.com

Al centro, Noemi Brando è Nikita, unica donna del ROS, pilota abilissima e figura di forza discreta. Paolo Briguglia dà volto a Paolo Guido, mentre Bernardo Casertano è Giove. Completano il mosaico Levante nel ruolo di Maria Gambera e Leo Gassmann in quello di Ram. A incarnare Matteo Messina Denaro è Ninni Bruschetta, presenza intensa che restituisce complessità a una figura centrale della vicenda.

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