Al Tropea Film Festival Ricky Tognazzi ricorda il padre Ugo e racconta il suo cinema, tra memoria familiare, Giovanni Falcone e la passione per la vita.
La terza edizione del Tropea Film Festival è stata dedicata a Ugo Tognazzi, protagonista assoluto della commedia all’italiana. Un omaggio che prende forma all’Antico Sedile dei Nobili, con la mostra fotografica Ugo di noi, curata da Marco Dionisi Carducci con la supervisione di Ricky Tognazzi, e che continua a Palazzo Santa Chiara con una retrospettiva dei suoi film più celebri: da Amici miei a In nome del popolo italiano, da La grande abbuffata ai due seguiti della saga di Amici miei.
Ricky Tognazzi, il film “Francesca e Giovanni”
In questo contesto, Ricky Tognazzi ha incontrato il pubblico per parlare non solo del padre, ma anche del proprio cinema e del recente lavoro dedicato a Giovanni Falcone e Francesca Morvillo.

Ne è nata una conversazione che attraversa memoria familiare, impegno civile e la passione per un cinema che intreccia la Storia con le storie private.
Dopo tanti film su Giovanni Falcone, perché ha scelto di raccontare di nuovo questa figura?
Perché troppo spesso Falcone viene ricordato solo attraverso le immagini degli ultimi mesi: l’uomo provato, i processi, il peso sulle spalle. Ma Giovanni Falcone era anche un giovane brillante, ironico, magnetico. Era un grande seduttore, capace di ammaliare con lo sguardo e con la voce. Insieme a Francesca Morvillo hanno vissuto tredici anni intensissimi, una vera storia d’amore in tempo di guerra, con la morte che soffiava sul collo ogni giorno. A me interessava mostrare la loro intimità, la dimensione privata che raramente emerge.

Quanto conta l’amore in questa ricostruzione?
Moltissimo. L’amore non è un elemento accessorio: è un motore di vita, la forza che ti fa resistere anche quando intorno crolla tutto. Per Giovanni e Francesca era un cordone affettivo che teneva insieme loro, le famiglie, gli amici più intimi, mentre fuori era una mattanza di giudici, giornalisti, uomini delle istituzioni.
Come si lavora quando si raccontano personaggi realmente esistiti?
Con grande responsabilità. Abbiamo raccolto testimonianze di familiari, colleghi, amici: Alfredo Morvillo, per esempio, ci ha raccontato episodi intimi e professionali con grande discrezione. Abbiamo letto libri, incontrato poeti e persone che li avevano conosciuti. È un po’ come fare un profumo: da tante fonti si distilla l’essenza. Non puoi raccontare tutto, ma puoi arrivare a una verità profonda.

Il suo cinema spesso intreccia la Storia con le storie private. È una scelta di metodo?
Sì, assolutamente. Lo abbiamo fatto con La Scorta, lo abbiamo fatto in tanti film: partire dalla quotidianità, dal domestico, e inserirla nel grande quadro degli eventi. È un insegnamento che viene dal neorealismo: “pedinare la realtà”, come diceva Zavattini. La realtà è sempre più sconvolgente della fantasia, basta imparare a guardarla.
Che messaggio voleva lasciare ai ragazzi del Tropea Film Festival?
Che la felicità sta nel fare ciò che si ama. Io e Simona Izzo abbiamo la fortuna di lavorare nel cinema, che per noi è passione e mestiere insieme. Ai giovani dico: non fate quello che vi consigliano solo per convenienza, fate quello che vi piace davvero. Se trovate la vostra motivazione, avrete più possibilità di essere felici.

A proposito di memoria familiare: quanto pesa l’eredità di suo padre, Ugo Tognazzi?
Con mio fratello Gianmarco e con Maria Sole abbiamo fatto di tutto per perpetrare la sua memoria: documentari, libri, mostre. Papà era un artista vicino alla gente, istintivamente umano. Non era solo un grande attore, era anche un grande amatore della vita, della cucina, delle relazioni.

Per lui cucinare era un modo di sostituire il teatro, un contatto diretto con il pubblico. E aveva ragione: gli artisti non muoiono mai, finché le loro opere continuano a parlare.


