Al Festival di Roma, “40 Secondi” di Vincenzo Alfieri. Un film necessario che ci costringe a guardare la violenza da vicino.
«Non volevo fare un film su un delitto, ma sulla vita prima del delitto.» Così Vincenzo Alfieri apre la conferenza stampa di 40 Secondi, opera che ha commosso la Festa del Cinema di Roma. Tratto dal libro-inchiesta di Federica Angeli, il film ricostruisce le ventiquattr’ore che precedono l’omicidio di Willy Duarte Monteiro, ventunenne capoverdiano ucciso a Colleferro il 6 settembre 2020 mentre difendeva un amico.
«Io e Giuseppe Stasi, il co-sceneggiatore, ci siamo detti che non dovevamo scrivere una storia nel senso classico del termine,» spiega Alfieri. «Dovevamo fotografare dei personaggi. Fotografare un’estate torbida, l’estate del 2020, subito dopo il Covid. Era un momento sospeso, carico di rabbia, paura e silenzi.»

«Siamo tutti anestetizzati dalla violenza: la vediamo ogni giorno, scorre sui social tra una pubblicità e un video di gattini. Mi colpisce come si possa passare da una strage a un commercial in pochi secondi. Ma ci sono persone come Willy che dimostrano che un’umanità da raccontare esiste ancora», continua Virzì.
“40 Secondi” di Vincenzo Alfieri: la verità dei volti
Alfieri (Gli uomini d’oro, Ai Confini del Male) non cerca la ricostruzione cronachistica, ma un linguaggio che restituisca verità. «Non volevo fare un documentario, ma dargli un taglio documentaristico. Ho scelto di stare sempre attaccato ai volti, di guardare i loro micro-movimenti. È lì che vivono le emozioni reali. Di giorno giravo, di notte montavo. Così il cast poteva vedersi subito, capire dove stavamo andando. Io non ho fatto il regista in senso stretto: ho seguito i loro stati d’animo.»

A dargli la spinta, racconta, è stato il bisogno di verità: «Non potevo girare un film sull’indifferenza restando indifferente. Dovevo sporcare la macchina da presa, sentirla respirare con loro.»
Sul set, racconta, «gli attori non erano marionette. Il compito di un regista è fotografare le loro qualità, decidere insieme la direzione e poi lasciarli liberi. Quando Enrico Borello mi disse: “Scusa, ma prima la scena l’ho fatta in modo completamente diverso”, gli risposi: “Va bene così. Se è più vera, tienila. Il montatore sono io.”»
La libertà degli attori
Francesco Gheghi parla di «una bellissima crasi tra una sceneggiatura solida e la libertà che ci ha lasciato Vincenzo di darle un taglio realistico». Per costruire il personaggio ha lavorato sui dettagli: «Io ho aggiunto tic, balbuzie, esitazioni. È lì che si sente l’incomunicabilità, quel muro invisibile che separa le persone.»

Alfieri sorride: «Francesco ha un modo di muoversi e di respirare che racconta più di cento battute. Quando lo guardi in camera, non recita: esiste.»
Da che parte stare
Per Francesco Di Leva, che nel film interpreta un ruolo secondario ma simbolico, la motivazione è chiara: «Ci sono film che non si scelgono per un personaggio, ma per dire da che parte stai. Per me era impensabile non esserci. Volevo gridare, da cittadino e da attore, che sto dalla parte di Willy.»
Enrico Borello ricorda l’esperienza di gruppo: «Abbiamo vissuto insieme per settimane. Non c’erano gerarchie, non c’era un “primo” o un “secondo” attore. Era un mondo chiuso dove ognuno doveva trovare la propria verità. La regola era una sola: vivere quella realtà nel modo più aderente possibile.»
I giovani dello street casting — Beatrice Puccilli, Justin De Vivo, Giordano Giansanti e Luca Petrini — hanno stupito lo stesso regista: «Tutti hanno letto il libro di Federica Angeli. A vent’anni io non lo avrei fatto. I ragazzi di oggi sono migliori di quanto pensiamo.»
Giordano, che nel film interpreta uno dei violenti, racconta: «Ho cercato di capire cosa può portare un ragazzo a diventare così. Tutti abbiamo delle fragilità, delle insicurezze che non sappiamo gestire. Nessuno nasce cattivo. A volte basta un vuoto per far scattare la violenza.»
“40 Secondi”: un film come atto civile
Il produttore Roberto Proia svela la fatica dietro al progetto: «Ci sono voluti tre anni per portare il libro sullo schermo. È difficile trasformare un’inchiesta in una sceneggiatura. Serviva una visione, e Vincenzo l’aveva chiara. Quando abbiamo letto il trattamento, dare il via libera è stato automatico. È una storia che andava raccontata.»

E aggiunge: «Questo è un film che deve andare nelle scuole. Deve essere visto da tutti, dai ragazzi, dagli insegnanti, da chiunque. Morire in quaranta secondi senza motivo non deve accadere mai più. I film non sistemano la realtà, ma possono indicare una direzione.»
I tempi di produzione sono stati frenetici. «Abbiamo interrotto le riprese il 6 agosto, e l’11 agosto avevo già un primo montaggio da presentare alla Festa del Cinema», dice il produttore Roberto Proia, di Eagle Picture. «È stato come correre dentro una necessità. Sentivamo tutti che dovevamo farlo adesso, non fra un anno.»
La domanda che resta
40 Secondi non offre risposte, ma costringe a guardare. Ci mette davanti alla violenza come a uno specchio, chiedendoci quanto siamo disposti a non distogliere lo sguardo.

«Io credo che la differenza tra bene e male, tra empatia e indifferenza, si giochi in un attimo,» conclude Alfieri. «In quaranta secondi può cambiare tutto. Ma in quegli stessi quaranta secondi possiamo anche scegliere di restare umani.»


