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“La ragazza con il braccialetto”: trailer, trama e recensione

Presentato al Festival di Locarno e Vincitore del Premio César per la Miglior Sceneggiatura non originale per i suoi dialoghi tesi e avvincenti “La ragazza con il braccialetto”, del regista francese Stéphane Demoustier arriva nelle sale italiane a partire da oggi, 19 agosto.

“La ragazza con il braccialetto”, il legal drama in uscita nelle sale italiane da oggi, 19 agosto, è un interessante thriller di Stéphane Demoustier con un importante fil rouge che corre lungo tutto il film: il confine tra giudicare e far giustizia.

Nel cast, Roschdy Zem, Melissa Guers, Anaïs Demoustier e Chiara Mastroianni 

“La ragazza con il braccialetto”, la sinossi del film

Lise (Melissa Guers) ha 18 anni e un braccialetto elettronico alla caviglia. Accusata due anni prima del presunto omicidio della sua migliore amica, attende il processo a casa dei genitori, Bruno (Roschdy Zem) e Céline (Chiara Mastroianni). Bruno è un padre protettivo, Cèline una madre bloccata davanti al destino della figlia. Un destino che si gioca in tribunale tra accuse e difese, confessioni e testimonianze che finiscono per rivelare una vita intima dell’imputata inattesa e sconcertante, e rendono difficile discernere la verità. 

"La ragazza con il braccialetto", trailer e recensione

La recensione

Cosa più di un tribunale si presta a una drammaturgia da tragedia greca, con le sue regole da luogo sacro? E se il processo stesso può essere considerato un rito, allora il film di Demoustier si muove già su uno dei palcoscenici per eccellenza: un tribunale, appunto.

Quello che resta da stabilire è: la ragazza con il braccialetto è colpevole o no? 

Un bravo penalista non deve sapere se il suo cliente è colpevole o innocente. Deve leggere le carte e costruire la difesa. Demoustier lavora come un penalista. La colpevolezza o l’innocenza di Lise sono un canovaccio per recitare un altro dramma: chi sono le persone con le quali viviamo? Possiamo davvero dire di conoscerle? Conosciamo davvero i nostri figli?

"La ragazza con il braccialetto", trailer e recensione

La bravura di Demoustier sta nel mettere sul banco degli imputati una ragazza che rappresenta una generazione, senza mettere alla sbarra la generazione stessa. Sta nel camminare lungo il pericoloso confine tra legge e morale, tra giudizio e giustizia. Riuscendo a non dare certezze. Anzi, essendo in alcuni momenti destabilizzante.

Uno sguardo clinico. Questo è quello che il regista ci offre. Nulla più. Niente sensazionalismi o colpi di scena. 

Lo fa con le immagini, semplici scene di vita quotidiana ben lontane dai legal americani; lo fa con i toni dei dialoghi, senza emozioni particolari, senza enfasi nonostante la potenza del tema trattato. Tutto sembra privo di spessore, ovattato. Sentimenti forti che restano inespressi, atteggiamento di una generazione che vive isolata con le cuffiette nelle orecchie.

"La ragazza con il braccialetto", trailer e recensione

“La ragazza con il braccialetto” è un film così sobrio da sembrare nudo. Spoglio come l’aula del tribunale dove si svolgono le udienze. Niente abiti griffati da migliaia di dollari, nessuna ambientazione hollywoodiana. La scenografia non sovrasta.

Guardiamo tutto da dietro un vetro. Siamo come Lise in tribunale, schermata da quello spesso vetro che la tiene prigioniera in bella vista. Così è la vita dei personaggi, così la storia, così i sentimenti dei protagonisti. Anche le arringhe non sono plateali.

Possiamo guardare la scena con gli occhi dei genitori, della ragazza con il braccialetto, del Pubblico Ministero (Anaïs Demoustier), dell’avvocato difensore (Annie Mercier), che domina la scena da attrice non protagonista). Demoustier lascia la pellicola grezza, con personaggi impermeabili come lacca su cui scivolano i fatti. Come i genitori, Chiara Mastroianni e Roschdy Zem, che non lasciano trasparire neppure se siano convinti o meno dell’innocenza della loro figlia.

"La ragazza con il braccialetto", trailer e recensione

Neanche il lato oscuro della storia è approfondito. Non c’è spazio per sguardi morbosi.  La dinamica del film è data più dalle domande lasciate aperte che dalle risposte.

E noi siamo come la giuria: apprendiamo i fatti mentre li raccontano; insieme a loro ci creiamo la nostra opinione.

Lise è estranea, distante: ambiguità e non detto sembrano il suo codice espressivo. È  calma, priva di emozioni: i suoi silenzi si prestano al dubbio.

Ma è omertà? O è protezione dal giudizio, rassegnazione davanti a una sentenza che crede già scritta, magari da un Pubblico Ministero che le chiede: «Sarebbe corretto dire che lei è una ragazza facile?» .

Ha raccontato Demoustier: «Abbiamo avuto accesso a una verità legale ma non alla verità primaria. Sta a ciascuno lasciare la sala cinematografica con la propria opinione. Melissa mi ha chiesto, prima delle riprese, se il suo personaggio fosse colpevole o innocente. Le ho detto che era lei a deciderlo e, soprattutto, che non avrebbe mai dovuto dirmelo» .     

Dubbio come mezzo, dubbio come fine. Impossibile andare oltre il ragionevole dubbio.  

Cinquanta sfumature di grigio potrebbe essere un titolo.

"La ragazza con il braccialetto", trailer e recensione

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