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Corrado Fortuna: «Siamo i primi cinquantenni con le Nike»

Corrado Fortuna intervista sul film Il dio dell’amore tra cinema, vita e riflessioni personali
Intervista a Corrado Fortuna: il nuovo film Il dio dell’amore, la carriera, la depressione e il racconto autentico della sua generazione.

Corrado Fortuna ha quasi quarantotto anni, un film che lo emoziona («il più bello che ho fatto») e una diagnosi che ha cambiato la vita.«Ieri ero in spiaggia con mia moglie a mangiare un panino». A Palermo il clima è già quasi primaverile. Corrado Fortuna lo racconta così, come se fosse la cosa più normale del mondo. In realtà sta per partire: tra poche ore sarà al Bif&st – Bari International Film Festival, per la presentazione di Il dio dell’amore di Francesco Lagi (in sala dal 26 marzo), dove interpreta Pietro, percussionista del Teatro dell’Opera: un uomo inquieto che attraversa una stagione della vita in cui relazioni, passato e desideri sembrano suonare ognuno con un ritmo diverso. Nel cast anche Isabella Ragonese, Vinicio Marchioni e Vanessa Scalera.

Corrado Fortuna in posa per l’intervista sul film Il dio dell’amore
Corrado Fortuna protagonista de Il dio dell’amore – wondernetmag.com

«Lei sta suonando sbagliato, senza tempo, non segue il ritmo». È la frase che dice il direttore quando ferma l’intera orchestra e chiede al percussionista di risuonare da solo la sua parte. È una scena quasi arcaica, una punizione che non si usa più. Ma per Pietro, quella frase è la fotografia perfetta della fase della vita in cui si trova. E forse, anche della mia.

Il dio dell’amore e il personaggio di Pietro: fragilità, ritmo e identità

Inizia così la chiacchierata con Corrado Fortuna, attore, scrittore e regista palermitano, lanciato da My Name Is Tanino di Paolo Virzì e da Perduto amor di Franco Battiato, autore di tre romanzi e volto che negli ultimi mesi si è visto anche in Fuori di Mario Martone e ne Il ragazzo dai pantaloni rosa.  Su Canale 5 è nella serie Vanina – Un vicequestore a Catania, dove è il magistrato antimafia Manfredi Monterreale.

Quel senso di imbarazzo di Pietro…è qualcosa che conosci?

Qualcosa a cui sento di essere abituato, diciamo. Ho scritto un romanzo sul bullismo: il primo. È qualcosa che ha caratterizzato la mia pre-adolescenza e adolescenza. Poi a un certo punto mi sono svegliato e ho cominciato a restituire qualche legnata. Ma non mi ha fatto poi tanto bene. Fare l’attore invece sì. Recito sempre su quel filo dell’imbarazzo, in equilibrio. Avere a che fare con le paranoie di qualcun altro usando le tue è terapeutico, liberatorio. Le fai vivere addosso a un altro.

Corrado Fortuna percussionista in una scena del film Il dio dell’amore
Corrado Fortuna in una scena de Il dio dell’amore – wondernetmag.com

Chi è Pietro?

Ha quasi cinquant’anni, un bambino di otto anni avuto con la sua ex moglie, anche lei musicista, violinista della stessa orchestra, da cui si è separato. Ha reincontrato una ex dai tempi della scuola, comincia una storia con la maestra di suo figlio, ma non riesce a lasciarsi andare. È combattuto da mille ansie, in un momento di totale confusione. Mi ci sono abbastanza ritrovato.

Come si costruisce un cast corale senza che scattino le gerarchie?

A volte scattano. Ma si può evitare con un cast costruito bene: non solo attori giusti per i ruoli, ma che si incastrino tra loro. Io ho lavorato direttamente con Isabella Ragonese, Benedetta Cimatti e Vinicio Marchioni. Vinicio ed io siamo amici da una vita. Isabella era nella mia comitiva al liceo a Palermo: è la collega che conosco da più tempo. Benedetta non la conoscevo: è l’attrice straordinaria che interpretava la moglie di Mussolini in M. Ci siamo trovati subito, siamo diventati amici immediatamente.

Com’è stato lavorare con Francesco Lagi?

È uno dei primi amici che ho avuto nel mondo del cinema. Si diplomò al Centro Sperimentale quando io stavo girando Mare dentro, era allievo di Paolo Virzì e Francesco Bruni. Il lunedì giocavamo a calcetto insieme. Siamo amici da quasi trent’anni. Anche lui, come me, è un uomo che ha fatto fatica a lavorare in questo mondo, a dispetto del talento incredibile che ha.

Francesco adora gli attori. Prima di andare in scena ti dice: «Abbi cura della scena.» Ti lascia la palla. Dall’azione in poi sei tu che devi avere cura di quello che succede. È instancabile: giornate durissime, d’estate con i vestiti invernali… e ha sempre il sorriso sulle labbra.

Corrado Fortuna e Isabella Ragonese in una scena del film Il dio dell’amore
Corrado Fortuna e Isabella Ragonese in una scena del film Il dio dell’amore – wondernetmag.com

Descrivimi il film senza raccontare la trama…

Il dio dell’amore è un film raro nel nostro cinema. È straziante, commovente, divertentissimo. È un film buono, che ti fa sentire migliore, ti fa credere un po’ di più nel fatto che intorno a te c’è dell’umanità. Non lo dico mai di un film, ma questo è probabilmente il più bello che ho fatto. Lo direi anche se non l’avessi fatto io.

Dentro ci sono le ansie di oggi, le paure, le disillusioni. C’è il maschilismo, il patriarcato, l’ossessione per l’amore che spesso diventa una cosa negativa. Questo film non fa sconti a nessuno. Racconta l’amore in maniera molto onesta, molto libera.

Depressione, consapevolezza e cambiamento: il lato più personale di Corrado Fortuna

Dallo scorso anno al Festival di Venezia, ti trovo cambiato…

Hai ragione, ho fatto uno switch. Ho affrontato seriamente la mia depressione. La vita resta complicata, ma meno dell’anno scorso. Ho più fiducia e più autostima. Ho cambiato molte abitudini quotidiane e questo ha prodotto risultati. Qualche giorno fa ho rivisto la famosa intervista di Vittorio Gassman da Maurizio Costanzo in cui raccontava la sua depressione. Mi ha commosso molto: raccontava senza vergogna dei due anni in cui non riusciva ad alzarsi dal letto. Ne parlava con il sollievo e la felicità di chi l’aveva appena superata. Mi sono commosso. L’approccio alla psichiatria e alla salute mentale è molto cambiato, si sa molto di più. E secondo me è il caso di parlarne il più possibile, soprattutto in Italia, soprattutto al Sud, soprattutto tra i giovani.

Corrado Fortuna e Vinicio Marchioni in una scena del film Il dio dell’amore
Corrado Fortuna e Vinicio Marchioni in una scena del film Il dio dell’amore – wondernetmag.com

La diagnosi ha cambiato come ti vedono?

Da quando ho avuto la diagnosi la mia vita in famiglia è molto migliorata. Mia moglie ed io abbiamo capito che certi momenti difficili non erano carattere o testardaggine. C’è una comprensione diversa di tutto. Siamo una famiglia forte, ma quella è stata una tempesta complicata da attraversare. Siamo una di quelle coppie che nelle avversità si stringono ancora di più.

I tuoi genitori come l’hanno presa?

Ogni tanto leggono le interviste e mia madre mi dice: «Che pesantezza sentirti parlare di certe cose.» Un po’ non vorrei, un po’ non riesco a frenarmi, un po’ penso sia giusto parlarne.

Tornare a vivere a Palermo è una scelta strana per un attore…

Mia moglie voleva da sempre vivere al sud, e io le ripetevo: «Guarda, Palermo non è il sud, è Palermo, è un’altra cosa.» Sembrava una frase filosofica, invece è una verità pura e semplice.

I miei nonni avevano una casa a Mondello: una casa estiva, senza riscaldamento, di quelle che negli anni Sessanta si usavano per la villeggiatura. Una meraviglia. Quando ancora abitavamo a Firenze, siamo venuti a fare un Capodanno. Mia moglie ha visto la casa e mi ha detto: «scusa, perché non abitiamo qua?»

Per un problema familiare abbiamo dovuto attendere. E così, quando ci siamo trasferiti, eravamo quasi in tre. All’inizio non fu semplice. Abitiamo a un passo dalla spiaggia. Ieri ho pranzato in riva al mare con un panino: pausa pranzo. Non sono cose da cui si torna indietro. E per un meteoropatico come me, vedere il sole e i fiori appena sveglio cambia la giornata. Non solo, ma Palermo costa un terzo di Roma: la vita che facciamo qui, a Roma non me la potrei permettere.

Corrado Fortuna e Benedetta Cimatti in una scena del film Il dio dell’amore
Corrado Fortuna e Benedetta Cimatti in Il dio dell’amore – wondernetmag.com

Virzì, Martone, Battiato: tre maestri, tre parole…

Virzì mi ha insegnato il mestiere. Martone mi ha insegnato ad ascoltare. Battiato mi ha insegnato a fregarmene della grammatica della vita. Me l’ha insegnato fregandosene lui stesso della grammatica cinematografica, con totale irriverenza verso la liturgia quasi ecclesiale del cinema. Lui si poneva così: «Chi se ne fotte che si fa così, io voglio fare quest’altro.»

Eppure hai raccontato che la canzone che ti colpisce di più è di Fossati…

C’è tempo. Non riesco a sentirla senza piangere. Mi viene un nodo alla gola, è straordinaria.

Una generazione in bilico: tempo, futuro e seconde possibilità

Cosa c’è ancora tempo di fare, nella vita di Corrado Fortuna?

Faccio quarantotto anni tra venti giorni. C’è tempo per tanti altri romanzi: sto finendo l’ultimo, siamo in trepida attesa che esca.

Fossati, in quella canzone, dice: c’è un tempo per seminare…c’è un tempo negato e un tempo segreto…

Mi commuove tutto ciò che parla del tempo che passa. Recentemente sono stato ad Amsterdam con mia nipote Nina, che ha 19 anni, per il concerto della band hip-hop dei Wu-Tang Clan. Coffee Shop, il Rijksmuseum, Van Gogh, cannette… Tre giorni, io e lei da soli.

Ricordo le foto del mio matrimonio: c’era lei che cercava di prendere il bouquet. Una bambina. Come Vasco oggi, come mio figlio. A noi sembra ieri. Invece è questa la misura del tempo che passa.

Corrado Fortuna e Isabella Ragonese in una scena del film Il dio dell’amore
Corrado Fortuna e Isabella Ragonese in Il dio dell’amore – wondernetmag.com

È la misura del tempo che mi manca prima di morire. Quel pensiero c’è, non voglio fare il figo. In questi tre giorni ad Amsterdam, l’ho vista così adulta, parlare di qualunque cosa… Sono curioso del suo punto di vista su cose che conosco, su cui ho prospettive ormai datate e cariche di tutte le sovrastrutture che ti porti dietro.

Poi però penso a mia nonna: era una donna del ’26, la mia persona preferita al mondo. È stata una delle prime laureate di Palermo. Suo nonno era Vittorio Emanuele Orlando, il primo presidente del Consiglio. Le diceva: sei donna, che studi a fare? All’università un professore vide quel cognome sul libretto e le mise trenta prima ancora di fare la prima domanda. Lei si alzò e disse: «Basta, rinuncio.». Poi andò fino in fondo: non si sarebbe mai arresa.

È vero: c’è un tempo segreto. Che è quel tempo della domanda che mi hai fatto dove c’è una risposta che non ti darò. Perché è il mio tempo segreto.

Stai pianificando la seconda metà della vita?

La verità è che non sono uno che pianifica, mi fa venire l’ansia. Sono uno che si lascia sorprendere.

Da ragazzo la mia più grande angoscia era non sapere che cazzo fare della vita. Mi dicevano: i sogni rimangono sogni. Invece mi aspetto di diventare cinquantenne, di essere sorpreso dalla seconda metà della vita. Sono curioso e spaventato. Noi siamo i primi cinquantenni con le Nike, i primi con figli piccoli, i primi che ammettono di stare male. Siamo nella merda, in questo Paese. L’Italia è il paese più vecchio del mondo dopo il Giappone, ed è una tragedia di cui non parla nessuno. Siamo classe dirigente senza sapere ancora chi siamo, avendo vissuto un’adolescenza allungata fino all’altro ieri. Una generazione di adolescenti tardivi: non è una colpa. È un fatto.

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