Francesca Valtorta si racconta senza filtri tra teatro, televisione e ritorni simbolici: un’intervista intima su identità, lavoro, equilibrio e rinascita personale.
Tornare. Non come prima, ma come qualcuno di diverso. Francesca Valtorta — in tournée con Uno, nessuno, centomila, in onda su Canale 5 con Una nuova vita accanto ad Anna Valle e prossima al rientro ne Il Paradiso delle Signore — parla con una calma che non è acquisita: è guadagnata, pezzo per pezzo.
Che momento è per te: più di raccolto o di ripartenza?
Un momento bellissimo, dove tante cose sono successe e ho iniziato a credere un po’ nel destino. Nelle cose che, quando le guardi da una certa distanza, assumono un significato. Anche quelle che lì per lì ti facevano dire: ma perché, com’è possibile?

Ho imparato, ed è la cosa più importante che mi porto dietro da quest’ultimo anno, a non essere più dipendente da quello che succede all’esterno. Spero di essermi radicata abbastanza da aver strutturato la mia identità nel profondo, a prescindere da tutto e da tutti. Non permetterò mai più a niente e a nessuno di avere un potere su di me: né al lavoro, né a un fidanzato. A nessuno.
Il ritorno a Il Paradiso delle Signore sembra un cerchio che si chiude. È stata una chiusura semplice?
No, per niente. Quando Sacrificio d’amore non andò bene — e doveva essere la mia grande opportunità, ci avevamo messo tutti anima e corpo — fu un lutto vero. Daniele Carnacina, lo showrunner, venne chiamato a occuparsi del Paradiso delle Signore Daily e richiamò tantissimi degli attori che avevano lavorato con lui. Quasi tutti i miei colleghi andarono. Io non potevo essere chiamata perché avevo già fatto un ruolo nel Paradiso serale, quindi o veniva reintegrato quel personaggio o non era possibile. Fu traumatico: tutti gli altri si ritrovavano insieme su un altro set, mentre io ero rimasta fuori. Una ferita aperta, un cerchio che non si era chiuso.

Poi in questi anni sono successe tante cose, sono stata male, ho fatto un percorso lungo. E proprio adesso è arrivata la chiamata, in questo momento in cui ho ritrovato anche tantissime persone di Sacrificio d’amore; molti dei registi della produzione sono rimasti gli stessi. È stato come iniziare una nuova avventura e chiudere un cerchio allo stesso tempo. Mi dico: forse era giusto che all’epoca non fossi chiamata, perché era giusto che facessi tutto questo percorso per arrivare ad apprezzare davvero questo lavoro: adesso, con una maturità nuova.
Nella recente intervista a Vanity Fair hai detto che, dopo anni difficili, oggi sei in equilibrio. Perché non felice?
Felicità è una parola che accosto a momenti specifici, con un inizio e una fine. L’equilibrio è una sensazione che sento dentro, come stare a galla: sono sempre un po’ in mezzo alle onde, vado su e vado giù, però mantengo la barra. Non sono più in balia dell’esterno.

Prima avevo la sensazione che anche un alito di vento potesse frantumarmi in mille pezzi. Adesso mi sento solida, centrata, c’è una sensazione di radicamento al suolo che non avevo mai avuto prima.
E per arrivarci, cosa hai dovuto smettere di pretendere da te stessa?
Ero molto concentrata su quello che pensavo di dover fare, di dover essere, di dover raggiungere. Ero dipendente dal giudizio degli altri. Non c’è niente di più sbagliato e di più malsano. Anche accettare certi lavori invece che altri, perché nell’opinione comune erano più fighi, più seri.

Ma poi: sei più felice? Cos’è che ti rende davvero felice? Stare sul set tutti i giorni in un ambiente meraviglioso a fare Il Paradiso delle Signore, o girare due giorni all’anno un film di Sorrentino e dare le capocciate contro il muro per tutto il resto dell’anno? A me rende più felice il Paradiso. E allora sto andando in quella direzione, senza più preoccuparmi di quello che pensano gli altri.
Non guarire, quindi, ma diventare un’altra versione di te?
Sì, esatto. E non me ne sarei mai resa conto senza il percorso che ho fatto. Grazie all’uso dei medicinali non ero più sovrastata dai pensieri negativi che non mi permettevano di lavorare su me stessa. Con la mia analista abbiamo fatto un lavoro enorme, di cui adesso sento i frutti. Lo psicofarmaco non è un fine, è un mezzo. Se prendi solo quello è un palliativo. Ma se ti permette di fare finalmente un lavoro autentico su te stessa, allora cambia tutto.
Per anni il lavoro ha tenuto insieme i pezzi. Oggi, quando Francesca non è su un set o in scena, chi è?
Prima identificavo me stessa con il mio lavoro. Nel momento in cui non c’era lavoro, sentivo di non avere nessun valore, di non essere più nessuno, di non avere quasi diritto di esistere e di essere felice. Adesso il mio lavoro è un mezzo che utilizzo per essere felice.

È un tassello fondamentale, importantissimo, ma è un tassello. Ho imparato a vedere le cose belle che fanno parte della mia vita e che prima non vedevo: ho un tetto sopra la testa, sto ricostruendo un rapporto bellissimo con mia madre, ho amici con cui faccio mille cose. Non è scontato. Cose che ho sempre avuto, ma che non riuscivo a vedere.
E il successo?
Non ho mai avuto una dipendenza dal successo. Era più una dipendenza dal lavoro in sé, dal fatto che lavorare mi rendeva riconoscibile come attrice. E io “ero” in quanto attrice. Adesso “sono”, anche se domani per qualche ragione dovessi smettere di fare questo lavoro. Sarebbe molto triste, ma non mi metterebbe più in ginocchio.
Ti spaventa l’idea che possa finire?
Sì, mi spaventa. Ma quello che mi auguro, e il percorso che ho fatto me lo fa sperare, è che se prima questa cosa mi avrebbe sradicato con tutte le radici, adesso se il lavoro attraversasse un momento di vuoto, probabilmente starei male, i rami e le foglie cadrebbero a terra. Ma le radici rimarrebbero nel terreno.
Il teatro è stato un luogo in cui ti sei ricostruita quando cinema e televisione si erano fermati. Cosa ti ha insegnato il palcoscenico che lo schermo non ti aveva ancora dato?
Lo scambio di energia, i rapporti umani, la dipendenza reciproca: in teatro queste cose sono uniche. Sul set c’è scambio emotivo, ma è un lavoro più solitario. In scena invece c’è una rete: magari arrivi a teatro stanca morta; poi entri e ti arrivano le energie degli altri. Uno dei ragazzi con cui ho lavorato in tournée, ieri mi ha detto: io conosco ogni tuo respiro. È incredibile, dopo tante repliche. E ogni replica è diversa. Ancora ieri, in viaggio, stavamo ragionando su come cambiare una battuta, su cosa funzionava e cosa no. È una fiamma che ti tiene in vita.

Una delle cose più belle di questo lavoro, e che per me è diventata fondamentale, sono le persone con cui lavori. Prima mi sentivo più figa se facevo il lavoro figo, anche se stavo male con i colleghi. Adesso quello che voglio non è quello che succede dopo: è come sto mentre lavoro.
Porti Uno, nessuno, centomila proprio a quarant’anni, con un testo che smonta l’idea di identità unica. Coincidenza o destino?
Sembra che tutto abbia un senso. Il teatro è arrivato quasi per caso nel 2018-2019, quando televisione e cinema si erano allontanati. E poi non ho più smesso. Per me ha avuto davvero un significato salvifico. E festeggiare i quarant’anni in tournée… all’inizio pensavo che palle, non posso fare la festa con i miei amici. Poi ho capito che è il regalo più bello e significativo che la vita potesse farmi.

In più è uno spettacolo che ha a che fare con l’identità, con la ricerca di sé. Il percorso che fa il protagonista — liberarsi di tutte le identità che gli venivano attribuite dagli altri, per andare alla ricerca di quella più vera e profonda — è un po’ il percorso che ho fatto io in quest’ultimo anno. Chissà se c’è qualcuno che dall’alto manovra le cose e nei momenti significativi della nostra vita mette insieme i pezzi. Se esiste, questo è il mio momento.
Spesso chiamiamo forza il sopportare tutto in maniera stoica. Cos’è per te, oggi, essere forte?
Avere la capacità di farmi aiutare. Io voglio essere felice, voglio vivere al meglio. E per farlo uso ogni strumento: anche gli psicofarmaci, anche andare dall’analista. Parlo con tante amiche che dicono io ce la devo fare da sola. Ma perché? A volte è una lotta impari, sei sconfitta in partenza. Perché mi devo sentire in colpa di stare bene, di essere leggera? Sono stata pesante per troppo tempo. Voglio essere leggera. E non mi voglio sentire in colpa per questo.
Hai lavorato sul rapporto con tua madre: una scelta coraggiosa. Cosa cambia quando un legame smette di vivere solo sull’amore e inizia a vivere sulla consapevolezza?
Il nuovo rapporto con mia madre fa parte di un percorso di metabolizzazione della morte di mio padre che non avevo mai fatto davvero. Quando nel 2011 è morto, dopo dodici anni di malattia, il giorno dopo mi ha chiamato il mio agente dicendomi che ero stata presa per Immaturi – Il viaggio. E sono partita per Paros. Lì si è creato un cortocircuito: il lavoro è diventato la mia medicina contro il dolore. Certo è morto mio padre, ma guarda che carriera stupenda. E così ho cominciato a mettere tutto sotto il tappeto, a non metabolizzare niente, a riversare nel lavoro significati che non doveva avere.

Il rapporto con mia madre ha cominciato a risentirne. Quando il lavoro è venuto meno, è crollato tutto. Mia madre è diventata l’oggetto della mia rabbia, perché io non avevo metabolizzato la perdita di mio padre e quindi mi arrabbiavo con lei preventivamente: anche lei prima o poi mi avrebbe lasciato. Tutti i tasselli erano messi nel posto sbagliato.
Il percorso di quest’anno mi ha permesso di capire il significato di quella rabbia. Adesso non sono più la figlia piccola incazzata: sono una donna di quarant’anni che vede le fragilità di sua madre e non se ne arrabbia, perché sa che lei sta crescendo e diventerà più grande. Il rapporto è diventato più paritario. E mettere a posto quella cosa, mi ha aiutato a rimettere al loro posto anche tanti altri tasselli.
Dieci anni fa come ti immaginavi oggi?
Dieci anni fa stavo girando Sacrificio d’amore: un momento di felicità, ma senza fondamenta. Come mi immaginavo? Forse mi vedevo all’interno di una vita più canonica, ma che mi apparteneva meno: sposata, con dei figli. Comunque felice, ma di una felicità meno consapevole, un po’ finta, basata su cose esterne.
Adesso sono contenta di aver passato l’inferno di questi anni per essere arrivata dove sono oggi. Sembra una frase fatta, ma lo sento davvero. Meno male che l’ho affrontato o sarei ancora in balia di me stessa, in maniera assolutamente negativa.


