Intervista a Claudio Vasile: dall’infanzia a Porto Empedocle ai set internazionali, fino al ruolo ne Il Mostro di Stefano Sollima.
C’è un filo che unisce il mare di Porto Empedocle ai set internazionali, dove oggi lavora Claudio Vasile. È il filo della serietà, del sacrificio, di quella devozione che una famiglia di pescatori trasmette senza bisogno di molte parole: “Nessuno ti regala niente, ci vuole sacrificio”, dice, ed è una frase che porta con sé come un talismano.

Nato ad Agrigento nel 1995, cresciuto nella città natale di Camilleri, Vasile ha scoperto la recitazione quasi per caso, nell’ultimo anno di liceo, dopo aver sognato di diventare portiere. Ha scelto quel ruolo perché era il più rischioso: “Se sbaglio perdiamo la partita”. Sul set, dice, vale lo stesso principio: non perdi la partita, ma fai perdere tempo, e il tempo è prezioso.

Claudio sta vivendo un momento intenso della sua carriera. Su Netflix, è ne Il Mostro di Stefano Sollima, un regista che ha sempre amato; un ruolo che rappresenta per lui il primo grande traguardo. A dicembre lo vedremo al cinema in Ammazzare stanca di Daniele Vicari. Nel mezzo, un percorso fatto di teatro con Pirandello, serie come La mafia uccide solo d’estate, Il cacciatore, Petra 3 accanto a Paola Cortellesi, e produzioni internazionali come FBI: International.
Vieni da Porto Empedocle, da una famiglia di pescatori. Cosa porti nel tuo lavoro di attore, di quel mondo in cui il tempo si misura in mareggiate e silenzi?
Provengo da una famiglia di grandi lavoratori dove il lavoro non è un gioco, è una passione, una scelta di vita, seria. Nel mio lavoro metto quella serietà e devozione che mi hanno trasmesso, divertendomi allo stesso tempo. I valori che mi hanno donato li metto a disposizione del mio lavoro, sempre. “Nessuno ti regala niente, ci vuole sacrificio” questa è una delle frasi che ho più a cuore. Li ringrazio per questo, mi sento fortunato.

Prima di recitare, giocavi a calcio. Cosa resta del portiere – solitudine, pressione, reattività – nella tua vita sul set?
Lo sport occupa un posto importante nella mia vita. Scelsi di fare il portiere perché aveva più responsabilità, era quello più rischioso. Se sbaglio perdiamo la partita. Sul set non perdi la partita ma fai perdere tempo ed il tempo è prezioso. In scena devi essere pronto reattivo proprio come in porta.
Sei ne “Il Mostro” di Sollima. Quando si dà un volto reale a qualcuno che non può più rispondere, qual è il limite etico che un attore non deve superare?
Sicuramente ci si prende una responsabilità. Almeno è così che vivo l’interpretare Antonio Lo Bianco. Lo penso del mio personaggio, ma anche dell’intera serie. Tutto è raccontato nel rispetto della storia, restituendone dignità, senza la presunzione di romanzare andando su temi che non competono alla storia stessa.

Nella serie rivivi più volte l’ultimo istante di una persona realmente esistita. Che effetto ti ha fatto abitare un trauma ripetuto?
Sento ancora gli spari addosso. Siamo entrati in loop a un certo punto. Ogni “mostro” aveva un respiro diverso un modo di muoversi differente. Si crea un energia particolare perché hai la consapevolezza che tutto questo è successo veramente.
Prima di questo ruolo hai vissuto un anno e mezzo senza proposte. Come si preserva l’identità quando quella chiamata di lavoro non arriva?
Vivendo bene il presente, ci si allena e si coltiva anche altro. Ci sta anche altro là fuori. Si deve imparare a fare i conti con questo tipo di mestiere, bisogna avere pazienza e allenarsi ad averla.

Hai studiato Actor Studio, Strasberg, Meisner. Quale di queste tecniche senti di aver davvero interiorizzato e quale ti crea ancora difficoltà?
Li ho studiati, ma poi ho creato il mio metodo. Quello che amo di più è Meisner.
Dialetti: siciliano, calabrese, napoletano, pugliese, romano. Cosa può raccontare un dialetto che una dizione “neutra” non riesce a dire?
Dialetto ne parlo uno: il siciliano. Con gli accenti mi diverto. Il dialetto ci permette di essere più viscerali possibili. Sono cresciuto con il dialetto quindi tutto diventa più autentico.

Hai preso parte alla serie “FBI: International”. Qual è stata la differenza più sorprendente, non tanto tecnica quanto culturale, rispetto ai set italiani?
Sul set internazionale incontri persone di tutto il mondo. Era sorprendente come l’approccio di ognuno fosse diverso. Mi piaceva molto osservare e capire.
In molti tuoi lavori ricorre il crime. Secondo te, perché il mondo continua ad avere fame delle nostre storie più oscure?
Il mondo è curioso dell’Italia in quanto tale, perché siamo pieni di storia, di cultura ma anche per le nostre storie più oscure. Per me l’oscurità è sinonimo di curiosità.
Del lavoro sul set, cosa ti sorprende ancora?
Sul set ciò che mi sorprende sempre è questa grande macchina che muove persone, attrezzature, istituzioni per un solo scopo: emozionare, sensibilizzare e informare. Il cinema non cura, ma può migliorare la vita di qualcuno.

Il 4 dicembre sei in sala con Ammazzare stanca di Vicari. Da Il Padrino alle fiction alla Gomorra, la mafia è stata raccontata in tanti modi. “Ammazzare stanca” dove è diverso? Cosa ti ha colpito?
Non si parla di criminalità in quanto potere ed eroismo ma di uomo che va contro le regole. Mi ha colpito il punto di vista di Vicari, c’è una presa di posizione da parte di Antonio Zagari che va contro il padre e la famiglia, pilastri indiscutibili soprattutto in questi casi. Vedo del romanticismo nei confronti della libertà, verso il rispetto per se stessi e per gli altri.


