Rosa Diletta Rossi racconta l’esperienza sul set di Maria Corleone, il confine tra legalità e giustizia e il suo modo di vivere i personaggi tra forza, fragilità e verità.
Dal 30 maggio al 1° giugno è tornato a Palermo, per la sua seconda edizione, ON AIR, il Festival dedicato a Serie TV e Cinema che accende i riflettori sulle tematiche sociali. Tra gli ospiti a Palazzo dei Normanni anche Rosa Diletta Rossi, protagonista di un talk sul tema “criminalità e legalità tra realtà e finzione”.
Da Maria Corleone ad Alice Cinaglia in “Suburra – La Serie” fino a Irene, la fidanzata di Gildo Claps in “Per Elisa”, l’attrice non ha mai avuto paura di confrontarsi con personaggi spigolosi. In questa conversazione, ci ha aperto le porte del suo mondo artistico e personale.
Rosa Diletta Rossi, intervista all’attrice di Maria Corleone
Grazie alla serie appena andata in onda su Canale 5, hai vissuto a Palermo. Che rapporto hai con questa terra?
Qualcosa l’ho imparata, effettivamente. Ho un bellissimo rapporto con questa terra. Sono molto felice di aver avuto l’occasione di lavorare qui. C’è una luce diversa rispetto a tutte le altre parti d’Italia. Oggi riguardavo i palazzi: diventano di un giallo oro, è incredibile. Palermo è piena di contrasti, è come se ti obbligasse a guardarti dentro.

Facciamo un piccolo test di palermitanità. Arancino o arancina?
Arancina.
Santa Rosalia o Sant’Agata?
Santa Rosalia.
E infine: rosa-nero o rosso-azzurro?
Questo non posso sbagliarlo perché mi decapitano: rosa-nero.
Maria Corleone. È un personaggio in bilico tra la redenzione e l’illegalità. Com’è stato interpretarla? E sei riuscita a liberartene?
Io mi libero facilmente di tutto, quindi sì. Questo ruolo è arrivato in un momento in cui desideravo tantissimo avere tra le mani un personaggio con una continuità, che trainasse una storia. È una narrazione molto da “fumettone”, con poca verosimiglianza nelle azioni di Maria. Però gli istinti che la muovono sono profondamente umani. Uno è purtroppo il senso di vendetta, che non amo come parola, ma che emerge quando non hai strumenti legati alla legalità. Come dice Don Ciotti, “la legalità è un mezzo, non un fine”. Se ci fosse una vera educazione alla legalità, forse non ci si sentirebbe costretti a scegliere altre vie.

Riesci a uscire dai personaggi una volta che si spengono i riflettori?
Cerco sempre di rimanere me stessa, soprattutto la sera quando torno a casa. Ma in quel periodo il palermitano era entrato nel mio registro linguistico, i miei amici hanno sopportato una certa schizofrenia! E poi ho dovuto mantenere un corpo reattivo, pronto per le scene d’azione. Anche quello fa parte del lavoro. Ma è stato divertente, anche nel senso di una sfida fisica e mentale continua.
Hai interpretato sia “buone” che “cattive”. Qual è stato il ruolo più difficile?
Mi piace trovare le difficoltà in ogni personaggio. Penso ad Alice Cinaglia in Suburra, che passa da una sete di potere alla fede. All’inizio non capivo quella svolta. Ho pensato: ma come può una donna così determinata improvvisamente scegliere la via della salvezza? Poi ho capito che era l’unico modo per salvarsi, non per salvare sé stessa, ma la sua famiglia. Da una parte c’è una fede che ti porta alla giustizia, e porta Alice a denunciare suo marito. Dall’altra c’è la fede di Maria, quella che ti spinge a farti giustizia da sola. Sono due declinazioni della stessa forza: il bisogno di sopravvivere e proteggere ciò che ami.

Senti la responsabilità di poter essere presa come esempio, anche negativo, per i ruoli che interpreti?
Il mio lavoro è intrattenimento nella sua accezione più alta. Non scrivo io le sceneggiature, ma cerco di inserire sempre delle complessità nei personaggi. Chi li idolatra forse non si rende conto che spesso rinunciano alla libertà, alla serenità, non dormono sonni tranquilli. Possono diventare iconici, ma vivere dentro quei personaggi è faticoso. E fanno quasi sempre una brutta fine. E la fanno fare anche alla famiglia. Non bisogna confondere il fascino di un ruolo con il desiderio di emularlo.

In Per Elisa interpreti Irene, la fidanzata di Gildo Claps. Come affronti da attrice i femminicidi?
È una domanda personale e universale. Per me è stato fondamentale incontrare persone che hanno raccontato queste storie con coraggio. Quando il dolore ti permette di diventare quasi una persona migliore, ti illumina. Io sono molto spaventata. C’è tanta solitudine, tanta paura. E un’incapacità collettiva di costruire uno sguardo comune. Dobbiamo fare molto di più di quanto stiamo facendo. È come se fossimo tutti spettatori immobili, e invece dovremmo diventare parte attiva.
Nel film “Martedì e venerdì” interpreti una moglie che alcuni hanno definito “rompipalle”…
Mi dispiace venga percepita così. Ci tenevo a raccontare una donna che non fosse la classica rompipalle. È una madre che cerca una conciliazione, ma non la trova perché il marito è bloccato. Abbiamo lavorato su una famiglia che non si fa la guerra. È una storia di grande tenerezza, e per me racconta proprio la fragilità dell’amore adulto.

Le scelte sbagliate portano sempre a una redenzione?
Solo se riesci a riconoscerle. Per sapere che qualcosa è sbagliato, devi prima conoscere il bene. E a volte ci vuole una vita per capirlo. Non è un percorso lineare.
Sai perdonare?
Sì.
È più eccitante impugnare una pistola o dare un bacio sul set?
Dipende a chi devo sparare e chi devo baciare! Posso dire che in un bacio c’è molto più di una semplice adrenalina. Nel bacio c’è una verità che non si può fingere.

Hai ricevuto molti “no” nella tua carriera? Come li hai superati?
Sì, tanti. Il tempo aiuta. Ti aiuta a distinguere le responsabilità, a capire cosa è davvero tuo e cosa no. Ogni tanto bisogna anche darsi una pacca sulla spalla e dire: non è tutta colpa mia. Andiamo avanti. È come in una corsa: non vinci sempre, ma impari a correre meglio.
Hai rituali prima di girare?
Controllo in modo ossessivo ogni dettaglio, dai gioielli ai vestiti. E spesso associo brani musicali ai personaggi. A volte ascolto musica molto tamarra, altre volte mi oriento su cose più raffinate. Mi aiuta a entrare nel corpo giusto. La musica è come una scorciatoia per le emozioni.
Quali sono le tue regole d’oro per non smettere mai di sognare?
Il sogno per me è legato all’inconscio. Cerco sempre di ascoltare quella parte di me che non vedo, quella che ogni tanto mi prende a cazzotti per ricordarmi che esiste. E cerco di restare in connessione con lei. È come avere un radar interiore, che ti salva dal diventare automatica.


