Emine Meyrem racconta Amare e Perdere, la serialità globale, il corpo delle attrici e la maternità senza retorica. Un’intervista sulla complessità come valore universale.
Emine Meyrem arriva ad Amare e Perdere (Netflix) dopo un percorso laterale: attrice trilingue, formata tra Bruxelles e Parigi, protagonista della nuova serie firmata da Yavuz Turgul, accanto a İbrahim Çelikkol. Interpreta Afife, sceneggiatrice idealista che fronteggia un debito non suo senza perdere dignità e senso dell’umorismo.
Intervista ad Emine Meyrem
La raggiungiamo a Parigi: parla di stereotipi, di corpi guardati in modo diverso tra Europa e Turchia, e di serialità che non deve infantilizzare il pubblico. Quando le chiediamo della maternità, risponde con una domanda che sposta tutto: «Mi avrebbe fatto questa domanda se io fossi un attore con figli?».
Che cosa l’ha convinta a dire sì?
Il fatto che dietro questo progetto ci sia un grande autore con una visione forte: Yavuz Turgul, un maestro del cinema turco. Negli anni ’80 ha rivoluzionato il linguaggio cinematografico del paese, e ancora oggi continua a osare: questo progetto rompe molti codici dell’industria delle serie turche, a cominciare dalla scrittura dei personaggi femminili.

Afife è lontana da qualsiasi stereotipo: non risponde alle aspettative sociali, non cerca di piacere, non si adegua. E, soprattutto, non sente il bisogno di farlo.
Fin dalla prima lettura mi sono innamorata di Afife. Non risponde alle aspettative della società, segue i suoi desideri e i suoi impulsi con libertà assoluta. L’unica limitazione che si impone è dettata dalla propria coscienza, non da un’etica imposta. Ci vuole coraggio, e visione per scrivere un personaggio così.
Turgul entra nella serialità: che cosa le interessava di questo passaggio?
Veramente ha già firmato una serie di grandissimo successo in Turchia negli anni ’90, ma era prima dell’esplosione dell’industria delle serie nel paese. Grazie a Netflix, per la prima volta, il suo lavoro ha una visibilità mondiale di questa portata.

Yavuz Turgul è un artista visionario e la sua scrittura ha la forza di fondere il classico popolare con una spinta rivoluzionaria. È questo l’aspetto che mi ha attratta di più del progetto. Questa vena si riflette sia nei personaggi che nella costruzione della storia.
Afife è una sceneggiatrice costretta a fronteggiare un grande debito. L’ha costruita più sulla rinuncia o sulla resistenza? E dov’è la sua dignità?
Afife non abbassa mai le braccia, né davanti ai rifiuti nella sua carriera da sceneggiatrice, né quando deve lottare per salvare la sua casa e la sua famiglia. Rinunciare è una parola che non fa parte del suo vocabolario. In questo ci assomigliamo molto: basta pensare ai 15 anni di provini che ho alle spalle prima di arrivare a un progetto così importante.

La sua dignità sta nel lottare senza imbrogli, tutta d’un pezzo, senza sentirsi una vittima, senza perdere il senso dell’umorismo, mettendocela tutta e perdonando chi l’ha messa in quella situazione.
L’ha messa mai in crisi?
No, in crisi non direi. In difficoltà sì: io non sono così clemente. Senza voler fare spoiler, io non avrei perdonato un tradimento come quello che lei subisce. Ma sono riuscita a capire le sue ragioni e a sentire l’amore e l’empatia che prova verso chi perdona.
E cosa si è portata via dal set?
Tutti quei tratti che abbiamo in comune, che sono tanti, e che erano in me anche prima di leggerla.
Nel tuo percorso internazionale, ha percepito differenze nel modo in cui il corpo dell’attrice viene guardato?
Sì, certo. In Europa abbiamo un’idea estetica diversa rispetto all’industria turca. Soprattutto nel cinema d’autore, cerchiamo volti autentici, non “plastiche” (volti “levigati” – nda), e si tende sempre più a valorizzare bellezze naturali e rappresentative delle persone reali. Attrici come Kate Winslet hanno avuto il coraggio di mostrare rughe e chili in più, non più come qualcosa di cui vergognarsi o da nascondere, ma da difendere come parte della propria identità. Non ci interessa più soddisfare certi fantasmi maschili.

Sempre più attrici di una certa età lavorano e occupano ruoli importanti anche nella cultura popolare. Penso, per esempio, a Olivia Colman, scoperta tardi ma che ha raggiunto l’apice della carriera dopo i 40 anni. E parlando di Olivia Colman, penso a Phoebe Waller-Bridge, un’attrice e creatrice che non cerca di rispondere a nessuna aspettativa estetica o narrativa. Come Alba Rohrwacher in Italia.

Nell’industria delle serie turche, invece, molti attori e attrici provengono dal mondo della moda: erano modelli e modelle prima. Infatti, la mia apparizione in questa serie ha suscitato un certo stupore in Turchia: non corrispondo ai canoni tradizionali di bellezza, sono una quarantenne come il coprotagonista maschile, che di solito è accostato a partner molto più giovani sullo schermo.
E sul lavoro: tempi, direzione degli attori, idea di realismo?
Ho partecipato a pochi progetti per poter generalizzare, ma basandomi sulla mia esperienza, compresi oltre dieci anni di provini, posso dire che la gerarchia verticale presente nella società turca si riflette anche nel cinema. In Europa ho avuto la fortuna di lavorare in set dove tutti sono sullo stesso piano e si crea una vera “famiglia artistica”, dove le idee si discutono e si costruiscono insieme.

La sfida più grande in Turchia è stata adattarmi a un sistema in cui ognuno fa il proprio lavoro e deve restare al suo posto, senza poter esprimere il proprio parere.
Lavorare tra due mondi culturali dà più libertà o più compromessi?
Entrambi. Da un lato, conoscere più lingue e avere identità diverse mi ha aperto l’accesso a più ruoli; dall’altro, il fatto di non essere stabile in un luogo mi ha fatto perdere molto tempo ed energie tra provini a distanza e continui spostamenti.
Lei scrive: cosa le dà la scrittura che la recitazione non le dà?
Io voglio raccontare storie. Questo bisogno nasce da lontano. Prima ancora di imparare a scrivere, raccontavo storie a chiunque volesse ascoltarle e, quando non trovavo nessuno, ai miei amici immaginari. Quando ho imparato a scrivere, mio padre mi comprò un quaderno dicendomi: “Questo è per le tue storie”.

All’inizio pensavo di diventare scrittrice e ho studiato letteratura, ma poi ho capito che scrittore e attore fanno la stessa cosa: entrano nella mente dei personaggi e li rendono vivi, lo scrittore con le parole, l’attore con il corpo. Per questo mi piace la parola “incarnare”: diventare carne, anima e corpo di quel personaggio.
Anche quando faccio teatro delle ombre, dietro uno schermo, senza mostrare il mio volto ma dando voce ai pupazzetti, sono soddisfatta. Non importa la forma: raccontare storie è il mio obiettivo principale e continuerò a farlo, cercando sempre di raccontarne di qualità.
Serialità globale: libertà o normalizzazione? Quanto spazio resta alla complessità quando un prodotto deve parlare a tutti?
Con questo progetto, Yavuz Turgul ha dimostrato che per avere successo — e lo posso dire visto che la serie è tra le top 10 a livello mondiale da quando è in onda — non è necessario seguire le regole che normalizzano tutto. Non c’è bisogno di infantilizzare il pubblico o semplificare eccessivamente i ritratti e le storie.

La verità in una narrazione si raggiunge solo attraverso la complessità, e il pubblico sa riconoscerla. I personaggi devono essere contraddittori, imperfetti, vivi, come lo siamo tutti: non importa la lingua che parlano, se sono complessi sono universali e il pubblico si riconosce in loro.
Come riesce a conciliare la maternità con una carriera internazionale così intensa? Ha mai pensato di rallentare o al contrario sente che la maternità le ha dato nuove prospettive come attrice?
Mi avrebbe fatto questa domanda se io fossi un attore con figli?
Gliela faccio proprio perché mai come ora serve smontare una retorica che ci vuole di nuovo madri e mogli…
Altro che rallentare: spero che questa serie mi apra nuove porte e opportunità. Penso sia importantissimo mostrare ai miei figli che una madre può avere una carriera e delle ambizioni, e che la passione per il proprio mestiere non mette in pericolo l’amore infinito che prova per loro.

La maternità mi ha reso molto più organizzata e selettiva nelle scelte, non solo professionali. Non spreco più energie in impegni o relazioni che mi consumano: mi concentro sulla famiglia e sul lavoro. E, fortunatamente, hanno anche un padre che se ne occupa benissimo quando io sono sul set. Questa cosa sorprende tutti.
A un uomo che lavora, nessuno chiede “Ma chi si occupa dei tuoi figli quando sei all’estero?”, perché è dato per scontato che sia la madre a farsene carico. Il lavoro di una madre è ventiquattro ore su ventiquattro. Già solo per crescere i figli, le donne dovrebbero ricevere uno stipendio dallo Stato: è il lavoro più difficile e impegnativo che ci sia, educare i cittadini del futuro, eppure questa responsabilità non è riconosciuta come lavoro dalla società.


