Intervista a Massimo Nicolini, protagonista della serie Rai 1 Le Libere Donne. Dal teatro greco di Siracusa al ruolo del dottor Parisi, un villain convinto di fare il bene.
Massimo Nicolini arriva a Le Libere Donne (da stasera 10 marzo su Rai 1) dal punto più lontano possibile dalla televisione: il teatro greco di Siracusa, dove per anni ha recitato davanti a migliaia di persone con solo voce e corpo come strumenti. A giugno tornerà lì con I Persiani di Eschilo.
Oggi è il villain della serie più attesa di Rai 1, il dottor Parisi: un uomo senza empatia, convinto di fare il bene. E forse è proprio questo che lo rende spaventoso.
In teatro è stato Theo, il fratello di Van Gogh, accanto a uno strepitoso Alessandro Preziosi: «È stato un percorso bellissimo, durato tre anni. Non conoscevo Alessandro come attore, conoscevo solo il personaggio pubblico. Abbiamo stretto un legame molto bello: in teatro si creano delle famiglie, inevitabilmente. C’è stato uno scambio autentico: quando si parla la stessa lingua, le cose funzionano».

Ma Massimo scopre la recitazione per caso: «Volevo fare il giocatore di pallacanestro, era il mio sogno assoluto. Poi ho capito che non era la mia strada. A Bologna un’amica mi chiese di farle da spalla per un provino alla scuola di teatro: la commissione prese me, non lei. È successo due volte. Da lì è nata un’epifania: mi sono avvicinato al teatro, ho capito che mi piaceva davvero. Facevo il Dams a Bologna e un giorno i miei mi dissero: “o studi o vai a lavorare”. Ero abbastanza somaro. E io, dal nulla, scelsi la scuola di teatro».
La prima volta che è entrato al teatro greco di Siracusa era con Giorgio Albertazzi. «Ho detto: Madonna, se questo è il mestiere, è il più bello del mondo.»
Da quel momento, la storia si sposta tutta su un tema: la differenza tra essere naturali ed essere veri. E su cosa succede quando passi dalla scena, dove l’energia deve arrivare all’ultima fila, alla telecamera, che ti chiede l’opposto. Ma, soprattutto, comincia per lui un apprendistato nel disequilibrio: quello di un meraviglioso mestiere che obbliga a convivere con l’incertezza.

Abituato a recitare davanti a migliaia di persone del teatro greco, com’è stato passare alla telecamera?
La prima volta ero un blocco di marmo. Mi dicevano continuamente: non ti muovere, non fare questo, non fare quell’altro. Quella costrizione è diventata una gabbia. Trovare la libertà dentro quella gabbia è stato complicato e ci sto ancora lavorando. In teatro sei presente dall’inizio alla fine, anche fuori scena. Sul set devi consegnare pezzi scomposti, il personaggio lo vivi in modo frammentario.
Qual è per te la differenza fondamentale tra questi due mondi?
In teatro sei costretto a stare “in avanti”: l’energia deve espandersi: nella voce, nel corpo, persino nell’animo; ed è una deflagrazione verso l’esterno. Con la telecamera succede l’opposto: quella deflagrazione deve restare tutta dentro. È un universo interiore che si dilata senza uscire. Per me, questo passaggio è stato piuttosto complesso.

Chi arriva dal teatro porta con sé una struttura: il punto è saperla poi destrutturare, saper togliere, perché la telecamera individua subito tutto ciò che è in eccesso. Ma sul lungo periodo quella formazione ti dà una marcia in più: ti dà le basi per spostarti davvero tra linguaggi diversi, e non restare intrappolato in un solo modo di recitare.
Lo street casting cerca giovani attori che siano spontanei…
Chi non ha una formazione teatrale si rapporta più facilmente con la telecamera all’inizio, ma rischia di replicare sempre la stessa cosa: fa sempre se stesso. Chi viene dal teatro deve essere capace di destrutturare e togliere, perché la telecamera la individua subito. Però sul lungo periodo la formazione teatrale ti dà una marcia in più: ti fornisce le basi per lanciarti in più direzioni.

Oggi però sembra che vada di moda l’idea opposta: “non recitare”…
C’è un grande misunderstanding. Dire le battute in maniera naturale non è recitare: è essere quotidiani. La quotidianità può funzionare in certi contesti, ma non è la stessa cosa.
La tecnica non è un ostacolo alla verità: è la condizione che permette, eventualmente, di alleggerirla, deformarla o sottrarla. Picasso sapeva disegnare benissimo. Ha scelto di farlo a modo suo. Lo stesso vale per l’attore: le regole bisogna conoscerle prima di poterle disattendere. La voce deve arrivare all’ultima fila, la dizione deve essere perfetta, il corpo centrato. Poi devi essere in grado di togliere tutto. Ma devi poterlo fare, non ignorarlo per mancanza di strumenti.
C’è qualcuno che incarna questa “teatralità credibile” anche sullo schermo?
Christoph Waltz, ad esempio: i personaggi che costruisce sono teatrali, sopra le righe, eppure credibilissimi.
Un problema che si pone con figure fortemente negative è spingersi verso una certa stilizzazione del personaggio. In Le Libere Donne interpreti l’antagonista. Il rischio, lì, è farlo diventare macchietta. Come hai cercato la misura?
Il rischio era reale. Non è un archetipo del male: è qualcuno profondamente convinto di essere nel giusto. Opera all’interno di una sua morale, che lui ritiene assolutamente legittima. Noi, con gli occhi di oggi, lo giudichiamo, ma lui è perfettamente dentro quel mondo. Ho sofferto su questo personaggio, oltre che divertirmi, perché scandaglia aspetti negativi: assenza di empatia, narcisismo profondo. Mi sono affidato molto alla visione del regista Michele Soavi, soprattutto nei primi ciak.

È il male che si traveste da normalità?
Sì. È interessante capire come si sviluppa il male quando non si percepisce come tale. Il punto, in altre parole, non è costruire un “cattivo”, ma restituire un uomo che agisce dentro un sistema di convinzioni che all’epoca si percepivano come normali, persino legittime. Perché Parisi non pensa di stare facendo il male: pensa di stare facendo il proprio lavoro, dentro procedure che in quel momento storico erano considerate legittime. È proprio questo che lo rende spaventoso.
Parisi è l’antitesi di Tobino…
Sì, uno prova a entrare nella persona, l’altro continua a vedere il caso, la diagnosi, il controllo.
Sul set sei la nemesi di Lino Guanciale: che incontro è stato?
Bellissimo. L’ho studiato durante le riprese perché mi interessava vedere come si approcciasse al lavoro. Ha una grande versatilità, arriva in fretta all’obiettivo. È un grandissimo professionista e il successo che ha è strameritato.

La serie tocca un nodo che non appartiene solo al passato: la salute mentale, il controllo sui corpi femminili, il confine ambiguo tra cura e repressione. C’è un aspetto che ti ha colpito più degli altri?
Sì, la serie mette insieme più piani. Da una parte la salute mentale, che oggi non è affatto un tema archiviato; dall’altra il modo in cui, in quel contesto storico, il dissenso femminile poteva essere trattato come una forma di devianza. Mi colpisce proprio questo: donne rinchiuse non necessariamente perché malate, ma perché scomode, fuori ruolo, non conformi a quello che ci si aspettava da loro. E poi c’è il paradosso del titolo: recluse, eppure in qualche modo libere di essere loro stesse più di quanto potessero esserlo fuori. È una contraddizione fortissima e al tempo stesso inquietante.
Ma alla fine… per te recitare è resistenza o sopravvivenza?
Fare l’attore oggi è anche una forma di lotta. La percezione di questo mestiere, in Italia, è spesso distorta. È una forma di sopravvivenza, sì.
Poi, quasi sottovoce: «Sono un fortunato che riesce a pagare le bollette con il teatro. E questa cosa mi rende ancora molto contento.»


