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Elda Alvigini racconta “Inutilmentefiga”: il Vaxdress e l’arte di sbagliare con stile

Ritratto di Elda Alvigini autrice del libro Inutilmentefiga
Elda Alvigini si racconta in Inutilmentefiga: una auto-fiction ironica tra glamour, errori consapevoli e comicità senza filtri.

Il giorno del vaccino, Elda Alvigini decide che non si entra nella storia (personale) in felpa: si entra in scena. Sogna «due bei pezzi di moquette rossa sotto le suole»  per simulare un red carpet e, soprattutto, si affida al capo giusto: «Avevo il vestito perfetto, il Vaxdress, con due aperture nella esatta zona del braccio dove si fa il vaccino» .

Il glamour, qui, non è vanità: è autodifesa. È il modo in cui l’io narrante tiene insieme il grottesco e la vergogna, la postura e lo sbandamento. E quando la moda incontra la paranoia, la battuta arriva come una sentenza: «stilista cinese, zona vaccino scoperta… è ‘n attimo diventare complottista!» .

Elda Alvigini racconta Inutilmentefiga

L’autrice–attrice, tornata sotto i riflettori con il ritorno de I Cesaroni (atteso per febbraio 2026), porta sulla pagina la stessa energia irriverente che l’ha resa un volto amato della TV italiana.

Chiamarlo romanzo sarebbe come mettere il cartello “Uscita di sicurezza” su una giostra: Inutilmentefiga (Santelli Editore, 2025) funziona molto meglio se lo immagini come una stand-up travestita da memoir (o, se vuoi, un memoir che si comporta da palco). Una auto-fiction dal tono semiserio e grottesco; un io che mescola ironia e vulnerabilità senza chiedere permesso.

Copertina del libro Inutilmentefiga di Elda Alvigini pubblicato da Santelli Editore
La copertina di Inutilmentefiga, il libro di Elda Alvigini che racconta l’arte di sbagliare con stile – wondernetmag.com

Il marchio narrativo è una definizione che sembra un meme, ma lavora come una diagnosi: «Inutilmentefiga è una condizione dell’essere: fare la cosa sbagliata, quando sai benissimo quale sarebbe quella giusta.»  E lei lo chiarisce subito, con quella falsa severità che è già cabaret: «Essere o non essere Inutilmentefiga? No, guardate che non c’è niente da ridere, anzi…» .

La voce nasce presto, in un prologo Montessori che è slapstick primordiale e manifesto poetico insieme: “Un giorno mi venne l’idea geniale: oggi non mi metto le mutande, così si imparano!”.

Dentro quella frase c’è già tutto: l’idea (geniale), l’esecuzione (discutibile), la conseguenza (immaginabile), e la vocazione a prendere la “cosa giusta” e inclinarla fino a farla diventare teatro. Non a caso, l’identità stessa passa da un correttore ortografico: «non piace neanche al Mac, che me lo segna in rosso e mi suggerisce altri nomi.»

È un dettaglio minuscolo e perfetto: l’io è così esposto che perfino il software dissente. E intanto lei rompe la quarta parete con naturalezza da attrice: confessa, divaga, rientra, rilancia. Roma e Parigi sono scenografie mobili: una notturna, una invernale, entrambe pronte a trasformarsi in teatro dell’assurdo appena entra l’elemento più comico e più crudele di tutti: la quotidianità. Anche il navigatore diventa personaggio, antagonista metafisico: «Waze, il demone maligno… “Sei arrivato”. Sei arrivato? Ma li mortacci tua!.»

È una comicità che funziona perché non è “carina”: è immediata, orale, sporca quando serve, con il dialetto che punge e amplifica.

Quando sbagliare diventa una forma di stile

E poi c’è l’amore, che qui non è un tema: è un genere cinematografico. Horror-comedy, esatto. La galleria maschile entra ed esce come un cast che ha sbagliato set. Elda lo mette in immagine senza anestesia: «Come zombie, si rifanno vivi per scopare. Si tratta solo di capire se vuoi farti altri giri di giostra con lo zombie».

La sua è una forma di autocombustione glamour: si incendia, ma lo fa con stile (e con una battuta pronta a fare da estintore). Naturalmente, questa adesione totale al presente — vaccini, app, gerghi, tic social — ha un rischio incorporato: l’effetto yogurt (buonissimo, ma con scadenza breve). Però in Inutilmentefiga quel rischio sembra anche una scelta: fissare in resina una stagione emotiva precisa, con i suoi oggetti di scena e le sue parole-amo. Il tempo, qui, non è un fondale neutro: è una capsula del tempo.

Elda Alvigini indossa la t-shirt Inutilmentefiga in uno scatto ironico e personale
foto: IG @eldaalvigini

E, quando arriva la chiusura, non è una morale: è un gesto di sopravvivenza. Una firma. «Come sempre il mio senso del comico ha la meglio e, tutto sommato, va bene così.»  Che è un modo elegante per dire: non ti aspettare la redenzione, aspettati la ripartenza. Non la vita che si sistema, ma una donna che, anche quando sbaglia strada sapendo esattamente qual è quella giusta, riesce almeno a raccontarsela bene. E, per una stand-up in forma di memoir, è già una forma di vittoria.

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