Nicolas Feuillatte, terzo produttore mondiale di champagne, punta sull’Italia con chef ambassador, approccio on-trade e una nuova idea di lusso accessibile.
Nicolas Feuillatte ha cinquant’anni, ma si comporta come se ne avesse venti. È il terzo produttore mondiale di champagne per volume, lo champagne preferito dai francesi, eppure continua a definirsi “giovane” e “diverso”. Dietro questa narrazione c’è una struttura cooperativa che riunisce cinquemila viticoltori – un terzo dell’intera Champagne – e una strategia precisa per il mercato italiano: eccellere nel mercato on-trade (HoReCa), creando una sinergia con chef ambassador.

A Borgobrufa, nel ristorante stellato Elementi, la Maison ha presentato il suo nuovo Chef Ambassador per l’Italia con un pranzo verticale su cinque cuvée. Non un evento mondano, ma un messaggio chiaro: Nicolas Feuillatte vuole essere riconosciuta come champagne da tavola, non solo da brindisi. Per farlo punta su ristoranti stellati e locali di fascia alta, convinta che in Italia – nonostante Prosecco e Franciacorta – ci sia ancora spazio per chi sa parlare il linguaggio della gastronomia. Ne abbiamo parlato con Pierre Ploix, on-trade project manager della Maison.
Un modello cooperativo da cinquemila viticoltori: come funziona?
«Lavoriamo con oltre cinquemila viticoltori distribuiti in circa duecento villaggi della Champagne», spiega Ploix. «Rappresentano un terzo del totale, circa quindicimila. Abbiamo undici dei diciassette Grand Cru e trentadue Premier Cru. Non è solo una questione di numeri: è una questione di diversità».

La domanda sorge spontanea: come si garantisce coerenza stilistica con una base così frammentata? «Abbiamo un servizio che accompagna i viticoltori dalla gestione del vigneto agli aspetti commerciali. Siamo una cooperativa, è il nostro DNA. Ma la diversità non è un limite, è una ricchezza. Permette a Guillaume Roffiaen, il nostro cellar master, di avere una tavolozza di sapori straordinaria. Può costruire assemblaggi che vanno dalla Réserve Exclusive Brut, il nostro non-vintage, fino alla Palmes d’Or che matura almeno dieci anni in cantina e non ha mai cambiato blend dalla nascita».

Il modello cooperativo, in teoria, rischia di appiattire. Ma Nicolas Feuillatte sembra aver trovato un equilibrio: usare la varietà dei vitigni per garantire volumi importanti senza sacrificare la complessità. La Palmes d’Or Vintage 2008 Brut (97/100 ai Decanter World Wine Awards, medaglia di platino) e il Palmes d’Or Rosé Intense 2008 (95/100 Wine Spectator) dimostrano che la cooperativa sa produrre anche ai massimi livelli.
Nicolas Feuillatte, il lusso accessibile
«Siamo una Maison giovane», continua Ploix. «L’anno prossimo compiremo cinquant’anni. Può sembrare tanto, ma nello Champagne è niente. Questo ci dà un vantaggio: comunichiamo in modo diverso, abbiamo uno spirito più moderno. Il nostro stile è di apparente semplicità — facile da bere, facile da capire — ma estremamente complesso da produrre».

Il concetto di “lusso accessibile” è il mantra della Maison. Ma cosa significa davvero? «Significa che vogliamo essere bevuti non solo nelle grandi occasioni, ma in ogni momento. Vogliamo che il consumatore possa aprire una bottiglia di Nicolas Feuillatte la domenica a pranzo, senza aspettare il Capodanno. Ma quando va in un ristorante stellato, deve trovare una Palmes d’Or con la stessa complessità di uno champagne di fascia altissima. Questo equilibrio tra accessibilità ed eccellenza è ciò che ci distingue».
Il rischio è che “accessibile” venga letto come “economico”. Ma i riconoscimenti internazionali e la presenza nei ristoranti stellati sembrano smentire questa lettura. Nicolas Feuillatte ha scelto una strada difficile: democratizzare lo champagne senza banalizzarlo.
Italia: un mercato di connoisseur (e di competizione locale)
«Il mercato italiano è molto importante per noi perché è un mercato di connoisseur», spiega Ploix. «Certo, abbiamo la concorrenza di Prosecco e Franciacorta. Ma penso che lo champagne abbia il suo spazio, un ruolo preciso. Specialmente nei pairing gastronomici e con i professionisti della ristorazione».
La strategia italiana si concentra sull’HoReCa, con un programma di Chef Ambassador che conta due ristoranti stellati: uno a Milano, l’altro ora a Borgobrufa con Andrea Impero. «Per noi è importante la relazione con lo chef. È un impegno anche per loro, perché ci garantiscono un menu speciale e una selezione di diverse cuvée. Dobbiamo costruire relazioni solide».

La scelta di Impero non è casuale. «È giovane, creativo, ha lavorato a Londra, Tokyo, Mosca. È uno chef locale con radici umbre profonde, ma ha una visione internazionale. Rappresenta quello che cerchiamo: tradizione e innovazione insieme».
Ma il programma Chef Ambassador è solo la punta della strategia. «Non vogliamo limitarci all’alta ristorazione. Vogliamo essere anche nei locali più trend, nei bar, dove le persone si divertono e condividono momenti insieme. Vogliamo più visibilità nel circuito professionale».
Champagne a tavola: dalle tapas al dessert
Altro tema centrale: il cambio di percezione dello champagne. Non più solo aperitivo, ma vino da tutto pasto. «Dieci, vent’anni fa i pairing erano diversi. Ognuno aveva il suo piatto. Oggi si condivide: tapas, formaggi, piccole preparazioni. Dobbiamo adattare le cuvée», spiega Ploix.

«L’Extra Brut è diventato così popolare proprio per questo: è facile da abbinare, si beve dall’aperitivo alla fine della cena. È un cambio di prospettiva: non più champagne solo per brindare. Le persone stanno capendo che lo champagne può accompagnare dall’antipasto al dessert, se scegli la cuvée giusta».
Questa visione si traduce in una gamma pensata per la ristorazione: cuvée gastronomiche, selezionate e vinificate per reggere abbinamenti complessi. «Non tutti gli champagne sono fatti per la tavola. Noi abbiamo costruito una linea dedicata esclusivamente ai professionisti. È una scelta precisa».
Le sfide: i dazi USA e il futuro
Come tutte le Maison, anche Nicolas Feuillatte fa i conti con i dazi USA, che rappresentano il secondo mercato dopo la Francia. «Sì, siamo stati colpiti. L’impatto è stato grande. Ma cerchiamo di adattarci, di sviluppare strategie con gli importatori per non incidere troppo sui prezzi del consumatore finale. Sappiamo che dovremo affrontare questa situazione almeno per i prossimi quattro anni».
I primi segnali non sono incoraggianti. «Stiamo già assistendo a una riduzione dei consumi negli Stati Uniti. Non solo noi, ma tutti: champagne e vini in generale. Speriamo di non perdere troppi volumi».
Nonostante le difficoltà, la Maison guarda al futuro con ottimismo. «Vogliamo continuare a crescere dove c’è spazio, come in Italia. E vogliamo continuare a raccontare la nostra storia: modernità, convivialità e precisione».


