Alla Festa di Roma Andrea De Sica ha presentato Gli occhi degli altri, un film potente e disturbante sul potere, il consenso e la violenza invisibile.
Andrea De Sica porta a Roma un film scomodo, necessario e ipnotico. Dove il passato non è mai passato. C’è un’isola, c’è il sole accecante, ci sono corpi nudi e un incubo che si consuma alla luce del giorno. Gli occhi degli altri arriva alla Festa del Cinema di Roma portando con sé il peso di una domanda che non smette di tormentarci: perché continuiamo a non imparare?

Andrea De Sica prende spunto dal delitto Casati Stampa del 1970 – quando il marchese Camillo uccise la moglie Anna Fallarino e il suo giovane amante prima di suicidarsi – ma non fa cronaca. Né un giallo. Fa qualcosa di più pericoloso: costruisce una tragedia greca su un’isola del Mediterraneo, dove due archetipi si scontrano fino all’annientamento. “L’idea era partire da un’immagine nitida degli anni Sessanta, apparentemente spensierata, e distorcerla,” spiega De Sica. “Mi domando se quel mondo sia davvero diverso dal nostro.”
“Gli occhi degli altri”: l’archetipo che non cambia
“Abbiamo deciso di dimenticare la storia originaria e prenderne solo ciò che serviva,” racconta la sceneggiatrice Silvana Tamma. “Non volevamo un mélo, ma una tragedia. E la tragedia non ha psicologie: funziona con gli archetipi. Lui è l’archetipo del potere, lei quello della donna inizialmente consenziente al gioco della trasgressione. Ma quando lei si tira indietro e le regole cambiano, la tragedia esplode. Il potere, soprattutto se economico, non cambia mai: si illude di amare, ma è solo meccanismo di dominio.”

È qui il cuore del film: nel momento in cui le regole del gioco si spezzano, quando il consenso viene ritirato. “La scena pre-finale è una specie di revenge porn ante litteram,” spiega la produttrice Marta Donzelli. “Il film mette a fuoco il tema del consenso e dell’impossibilità di accogliere il cambiamento delle regole: è questo il nodo, ancora oggi.”
Corpi che raccontano
Jasmine Trinca descrive il lavoro con De Sica come rivoluzionario: “La cosa eccezionale di questo film è come lo sguardo di un autore maschio sia riuscito a stare addosso a me, al mio corpo, alla mia disposizione, in nessun modo con uno sguardo prevaricante. Siccome io su questo sono molto rigida, anche impegnata in una certa visione del femminile, era importantissimo poter lavorare con due compagni che non fossero minimamente degli sguardi sovrascriventi.”

Filippo Timi definisce il suo personaggio “solo”. Un uomo “quasi shakespeariano, poi tragicamente reale”.
L’attore tocca il cuore della questione contemporanea: «Quando parliamo di questa classe sociale che Andrea sa raccontare così bene nei suoi aspetti più oscuri, non parliamo di persone non alfabetizzate emotivamente, ma di gente ricca, acculturata, che però ha sul possesso amoroso una visione netta, assoluta, che trascende la classe sociale. Quando ci domandiamo in che contesto avviene un femminicidio, dobbiamo riconoscere che non è un fatto di miseria umana: spesso nasce nel benessere. Perché il duro, pseudoculturale schifo su cui si fonda quel meccanismo è proprio il potere.»
Un incubo sotto il sole
La chiave del film nasce da un luogo reale. “Mi sono ritrovato nella villa abbandonata di Zannone, dove i marchesi andavano a caccia,” racconta De Sica. “La sensazione sinistra e fascinosa è stata talmente forte che ho capito: questo è il palcoscenico della tragedia. Un incubo che si consuma sotto la luce del sole.”

Gli occhi degli altri è costruito in quattro atti, quattro epoche storiche, senza mai uscire dall’isola. “Un mondo quasi concentrazionario,” lo definisce il regista, che ha chiesto ai suoi collaboratori – tra cui Gogo Bianchi alla fotografia, Massimo Cantini Parrini ai costumi e Alessandro Vannucci alle musiche – di mantenere “lucidità e distacco”, lasciando la tragedia accadere da sé.

“Gli anni Sessanta li immaginiamo floreali, colorati,” spiega De Sica. “Noi siamo entrati in un gioco ottico cupo, astratto. Non è un film nostalgico: vediamo quel passato come tremendamente contemporaneo.”
“Gli occhi degli altri”: il cinema che deve disturbare
Sonia Rovai, produttrice di Wildside, sottolinea l’urgenza: “Nell’ottica che è il passato che torna, quello che dovrebbe fare il cinema, l’arte, è aiutare a fare in modo che questa cosa venga sempre più detta, raccontata, compresa perché dovremmo imparare dal passato. Purtroppo gli accadimenti di tutti i giorni ci insegnano che non impariamo dal passato e continuiamo a fare gli stessi errori. Se il cinema ha questo potere, ha comunque l’arte in generale questo potere, è quello di mettere sempre e di accendere in qualche modo un faro su dei temi che sono difficili da raccontare, creano dibattito, portano anche purtroppo ancora ad oggi ad avere delle opinioni molto diverse.”
La genialità di Timi
Alla domanda su come abbia diretto un interprete “dalla genialità difficilmente imbrigliabile” come Timi, De Sica sorride: “Ci conoscevamo già da due anni prima del film. Lo abbiamo costruito insieme. È il risultato di un bellissimo incontro.”


