Alla Camera dei Deputati “We Breast” unisce arte, medicina e istituzioni per raccontare il tumore al seno come esperienza umana e collettiva.
L’appuntamento con “We Breast” è fissato per martedì 21 ottobre alle 17.00 nella Sala della Lupa, Camera dei Deputati. Un luogo simbolico per un esperimento di comunicazione che intreccia rigore scientifico, forza istituzionale e linguaggi artistici.
Riuscirà l’arte a far breccia dove i dati epidemiologici non riescono più? Può una performance trasformarsi in consapevolezza diffusa, in scelte di prevenzione, in pressione politica per migliorare i percorsi di cura? Non è scontato. Ma vale la pena provare.
“We Breast”, la performance che trasforma la cura in cultura
Perché se è vero che il tumore al seno tocca milioni di vite ogni anno, è altrettanto vero che la sua narrazione pubblica si è impoverita, ridotta a nastri rosa e campagne stagionali. “We Breast” prova a restituire complessità a questa esperienza: il dolore e la resilienza, la frattura e la ricomposizione, la malattia come evento che attraversa il corpo ma anche l’identità, le relazioni, il senso stesso di futuro.

Cosa succede quando la medicina esce dai congressi e si fa teatro? Il 21 ottobre la Sala della Lupa di Montecitorio ospiterà “We Breast. Dalla cura al prendersi cura”, un evento che prova a raccontare il carcinoma mammario attraverso un linguaggio inedito per le istituzioni: quello dell’arte performativa.
Dalla cura al prendersi cura: il senso profondo di “We Breast”
L’iniziativa, promossa dall’Intergruppo parlamentare sulle nuove frontiere terapeutiche nei tumori della mammella, nasce da una necessità: riportare il tema fuori dagli spazi specialistici, là dove la consapevolezza si forma e le scelte di prevenzione prendono corpo. Perché il tumore al seno, prima neoplasia femminile per incidenza, continua a modificare ogni anno la vita di milioni di donne, eppure fatica a mantenere l’attenzione pubblica.
Il cuore dell’evento sarà una performance che mette in scena il percorso della malattia attraverso quattro figure femminili. La scoperta, interpretata dalla giovane Emilia Scatigno. La disperazione, con Lisa Galantini che porta in scena il peso emotivo che grava sulle famiglie. La cura, affidata a Roberta Rovelli. E infine la rinascita, incarnata dalla cantante e performer Camilla Barbarizzo. Ad accompagnarle, una quinta presenza: Arianna Cunsolo, danzatrice che darà corpo alla malattia stessa.
Quattro donne, quattro fasi della rinascita
Quattro fasi che ogni donna che ha attraversato questa esperienza riconosce. Quattro momenti che i protocolli medici descrivono con precisione clinica, ma che l’arte prova a restituire nella loro dimensione umana, emotiva, esistenziale. Perché tra la diagnosi e la remissione c’è tutto un universo di paura, speranza, fatica e resilienza che non sta nelle cartelle cliniche.
L’approccio è inedito per il contesto istituzionale, ma non naïf. Accanto alla performance, un simposio scientifico e le testimonianze delle associazioni di pazienti affronteranno i temi cruciali della prevenzione, delle nuove terapie e del sostegno psicologico, con l’obiettivo di integrare scienza e sensibilità.
Ma l’intuizione di fondo è che la medicina, da sola, non basta più. Servono narrazioni capaci di attraversare i confini degli ambulatori specialistici e raggiungere quella zona grigia dove si forma, o si perde, la consapevolezza pubblica. Dove le donne decidono se fare o rimandare una mammografia. Dove le famiglie affrontano la diagnosi. E dove la malattia si trasforma in tabù o diventa occasione di cambiamento collettivo.
L’arte come veicolo di consapevolezza
“Dalla cura al prendersi cura” non è uno slogan. È un programma. Significa riconoscere che guarire non è solo eliminare le cellule malate, ma ricostruire un’identità corporea, emotiva, sociale. Significa investire non solo in farmaci innovativi, ma anche in supporto psicologico, chirurgia ricostruttiva, accompagnamento nel ritorno alla vita quotidiana.
Le associazioni di pazienti lo ripetono da anni: le liste d’attesa, l’accesso disomogeneo alle terapie innovative tra regioni, la carenza di sostegno psicologico strutturato pesano quanto la malattia stessa. La performance che andrà in scena a Montecitorio prova a dare corpo e voce a questa dimensione che i protocolli sanitari faticano a intercettare.
E lo fa nel cuore delle istituzioni, davanti a decisori politici e sanitari, per ricordare che il tema chiede investimenti concreti: in ricerca, tecnologie, percorsi integrati di cura. Ma anche un cambio di prospettiva culturale sulla malattia, sulla guarigione, sul diritto delle donne di attraversare l’esperienza del cancro senza perdere dignità e futuro.


