Ludovica Lirosi ha presentato al Tropea Film Festival Millennials, la serie che affronta relazioni tossiche, salute mentale e fragilità quotidiane dei giovani.
Al Tropea Film Festival, diretto da Emanuele Bertucci, è stata presentata in anteprima Millennials, la nuova serie creata, scritta e diretta da Ludovica Lirosi. Una dramedy in dieci episodi che porta sullo schermo le contraddizioni dei ventenni e trentenni di oggi: relazioni tossiche, salute mentale, disturbi alimentari, famiglie incapaci di comunicare, social che amplificano fragilità e desideri.
Prodotta da LULIFILM e distribuita da Mediterráneo (Mediaset España Group) e Rai Com, Millennials è una serie corale con protagonista Irene (Julia Liros), una giovane ironica e passionale, intrappolata in una relazione tossica con l’ex fidanzato Michael (Gaetano Marsico), da cui subisce violenza psicologica e fisica.
Attorno a lei prendono vita le vicende di Giovanni (Matteo Germinario), alla ricerca di amore in legami sbagliati, di Anna (Angelica Pisilli), star dei social divisa tra immagine perfetta e fragilità familiari; e di Michele (Derli Do Rosario Soares), introverso e hater digitale che usa la rabbia come scudo, ma che attraverso l’incontro con Anna inizia a mettere in discussione sé stesso.

Quattro le storie principali che si intrecciano con quelle di numerosi personaggi ricorrenti, tra cui il celebre attore Luis Molteni (Nino), in una delle sue ultime interpretazioni, cui la serie rende omaggio. Millennials affronta temi attuali e racconta il caos emotivo di una generazione fragile, divisa tra sogni infranti, illusioni digitali e relazioni che oscillano tra passione e autodistruzione.
Abbiamo incontrato Ludovica Lirosi a Tropea. La sua voce è quella di un’autrice che non cerca mediazioni: diretta, appassionata, determinata.
Millennials arriva in un momento in cui il dibattito sulla salute mentale dei giovani comincia ad alzare i toni. Cosa ti ha spinto a raccontare questa generazione proprio ora?
Nasce come esigenza personale. Appartengo alla generazione Millennials e ho voluto raccontare dinamiche che riguardano me e le persone intorno a me. Dopo tanti racconti di amiche, e anche esperienze personali, ho pensato: “basta, adesso devo scrivere”. Siamo una generazione messa male, lo dico in senso ironico, perché i problemi ci sono in tutti i gap generazionali. Però la nostra difficoltà maggiore è la comunicazione: nei rapporti sentimentali, in famiglia, nell’amicizia. È un tema enorme, che i social hanno amplificato.

Quali temi emergono di più nella serie?
La salute mentale, le fragilità quotidiane, le relazioni tossiche. C’è un personaggio, una tiktoker ventenne, che soffre di disturbi alimentari dietro l’apparente successo social. Ho scelto un linguaggio crudo, perché i ragazzi possano riconoscersi e riflettere.
Il tuo stile è stato accostato a serie come Euphoria o Skam. Come hai evitato l’imitazione?
Ho cercato di raccontare a modo mio. Euphoria è centrata soprattutto sulla droga, Skam sui rapporti sentimentali. Io volevo un approccio più ampio, che toccasse tanti aspetti psicologici. Millennials è una dramedy, con scene dure ma anche momenti più leggeri, proprio come nella vita reale.
Irene, una delle protagoniste, subisce violenza psicologica e fisica. Quanto è stato difficile dirigere scene così dure con attori giovani?
Molto. Alcuni ragazzi hanno vissuto dinamiche simili e non è semplice rimetterle in scena. Io ho lavorato togliendo: meno recitazione, meno artificio, meno overacting. Ho voluto realismo, asciutto, diretto.
Hai affrontato il tema delle relazioni tossiche da un punto di vista particolare, quello della manipolazione…
Perché è la parte che spesso non viene raccontata. Non è che una donna resta in una relazione tossica perché è stupida: è una dinamica trasversale, culturale e sociale. Ci sono frasi, atteggiamenti che confondono e trattengono. Volevo mostrarlo per aiutare chi guarda a riconoscersi in certe dinamiche.
Il rischio di voyeurismo è alto. Come hai mantenuto l’equilibrio?
Non mi interessava mostrare solo l’eccesso. In molte serie i giovani vengono rappresentati come estremi: droga, sesso, autodistruzione. Io volevo mostrare anche la fragilità quotidiana, i momenti di debolezza che ci appartengono a tutti. È lì che lo spettatore si riconosce.
Il tuo percorso artistico è eclettico: teatro, radio, cinema, musica. Da dove sei partita?
Dal teatro. Ho iniziato a dodici anni, a diciassette ho scritto e diretto il mio primo spettacolo al Colosseo. Poi la radio, la New York Film Academy, il Centro Sperimentale. Il teatro è la base: ti mette davanti alla verità, senza filtri. È una formazione che mi porto dietro in tutto.
Quanto c’è di autobiografico in Millennials?
Poco, ma inevitabilmente qualcosa c’è. Scrivendo, si attinge sempre da persone conosciute, da dinamiche vissute. Ma i personaggi sono soprattutto specchi della generazione, non di me.
Sei anche cantante, con il nome Julia Liros. Come convivono queste due identità?
In modo naturale. Lo spagnolo è una lingua che sento mia, ho sempre ascoltato musica latina e americana. Ho creato Julia per separare musica e cinema, ma alla fine fanno parte dello stesso bisogno: raccontare ed esprimere energia.
Se dovessi scegliere una scena che rappresenta il tuo cinema, quale sarebbe?
Non una sola, ma il tono: crudo, diretto, senza censure. In Millennials i ragazzi parlano come nella realtà. Non ci sono compromessi.
Hai fondato LULIFILM, produci e distribuisci. Qual è la tua strategia?
Mi sono confrontata direttamente con i buyer ai mercati internazionali, costruendo contatti personali con le reti. Questo mi ha aiutato a capire cosa vuole il mercato e a mantenere libertà creativa. Mi interessa soprattutto l’estero, perché voglio dare messaggi universali.
La serie sarà distribuita da Mediterráneo (Mediaset España Group) e Rai Com. Che cosa ti aspetti dal confronto con un pubblico globale?
Che arrivi la verità che ho cercato di raccontare. Fragilità, violenza, ricerca di sé: non sono temi italiani, ma universali. Vorrei che chiunque, ovunque, possa guardare un personaggio e dire: “Mi ci riconosco. Forse questa storia può aiutarmi”.


