Intervista ad Alice De André: il teatro, la stand-up comedy, il peso del cognome e il rapporto con Fabrizio e Cristiano De André.
La prima cosa che colpisce di Alice De Andrè è lo sguardo: ha gli occhi di suo padre Cristiano. All’OFF/OFF Theatre di Via Giulia, a Roma, venerdì 15 maggio alle ore 21.00, Alice arriva come attrice, accompagnata dal violoncello di Giulia Monti. “È uno spettacolo che evolve replica dopo replica – racconta Alice – Per me è un piccolo bambino: deve crescere piano piano”. Un cognome importante per una giovane donna che ha la determinazione di portare in teatro uno spettacolo dove Alice (non canta) De André.
Che cosa vuol dire essere Alice, quando tutti si aspettano che tu sia la nipote di un pezzo di storia della musica italiana?
È un po’ complesso. Tutti si aspettano di vedere una sorta di trailer con mio nonno Fabrizio De André. È anche il motivo per cui faccio questo spettacolo: per dire che non sono mio nonno, né qualcun altro. Sono Alice. Quella storia è sicuramente una parte molto grande di me, ma posso essere anche altro.

C’è un momento, in teatro, in cui ti rendi conto che il pubblico smette di cercare “la nipote di De André” e comincia a seguire te?
Sì, me ne accorgo. Lo spettacolo alterna momenti molto ironici ad altri più riflessivi, più emotivi. Me ne accorgo quando arriva il silenzio nei momenti giusti; quando voglio aprire uno spunto di riflessione e sento che il pubblico è in silenzio, ma presente. Allora capisco che è con me.
Si crea una sorta di energia difficile da descrivere. È qualcosa che si prova quando si è sul palco, quando si ha a che fare con l’arte in generale: quel momento di sospensione in cui sembra di essere trasportati da un’altra parte. Quando succede, capisco che c’è stato un cambio.
Perché un monologo?
In realtà sul palco sono con una violoncellista, con la quale dialogo molto. Lei risponde con la musica, ma è come se fosse una sorta di dialogo anche con questo nonno che non ho mai conosciuto.
La scelta del monologo nasce dal fatto che faccio stand-up comedy. Da anni lavoro nella scena della stand-up milanese e ho sempre fatto la monologhista, tranne negli spettacoli teatrali in cui ho lavorato con compagnie. Ma questa era la mia storia da portare sul palco: dovevo esserci io.
Il teatro, la stand-up comedy e il dialogo con il pubblico
La stand-up richiede coraggio: insegna il timing, ma anche la relazione con il fallimento pubblico, con il silenzio. Che cosa ti ha insegnato?
A non avere paura del silenzio, a saper godere una pausa. A non avere fretta di arrivare, di dover dire subito una cosa, ma trovare bellezza anche nel silenzio.
Mi ha insegnato la capacità di portare il pubblico con me. Ci sono due tipi di comicità: quella one-liner, battuta battuta battuta, e quella che invece racconta una storia. A me interessa molto di più la seconda: non deve essere tutto puramente comico. Devi farmi ridere, ma devo anche vedere delle immagini. E la stand-up ti insegna a crearne.
Sicuramente mi ha insegnato a stare dentro al fallimento, dentro alla risata che non arriva, al silenzio che a volte è imbarazzante. Quando vedi che una battuta non entra, devi improvvisare, trovare il modo di uscire da quella situazione brutta.
Sei diplomata in pedagogia teatrale…
Esatto.

Lavori con i ragazzi nello spettro autistico: hai sviluppato un metodo tuo o con ciascuno ricominci da zero?
Credo di aver sviluppato un metodo, anche se non lo chiamerei così. Sono quattro anni che lavoro presso la Fondazione Un Futuro per l’Asperger e lavoriamo molto sull’emotività, sulle emozioni; perché fanno un po’ fatica a riconoscerle.
Si dice erroneamente che non abbiano la capacità di provare emozioni o empatia, ma è la cosa più assurda che si possa dire. Hanno un mondo emotivo vastissimo, ma molto confuso. Sono ragazzi con un’interiorità incredibile, però non hanno sempre gli strumenti per comprenderla.
Noi siamo partiti da lì, dalla comprensione delle emozioni. Da quel lavoro sono nati due spettacoli, e adesso stiamo finendo di scrivere il terzo e il quarto. Quindi sì, non lo chiamerei metodo, ma abbiamo trovato un linguaggio.
Che cosa ti porti dietro di questo lavoro quando sei tu sul palco?
Il coraggio. La grinta. C’è un termine che noi usiamo spesso: cazzimma.
Sono ragazzi che, con tutte le difficoltà che hanno, buttano giù i muri a pugni. Non c’è niente che li possa fermare. Per me vederli su un palco, mentre io sto in regia, vederli così impavidi, così forti, è un grande insegnamento.
Se penso a tutti i problemi che mi faccio io prima di salire su un palco, quando mi chiedo: “Perché non sono andata a fare altro? Chi me l’ha fatto fare questo lavoro?”, poi li vedo così, senza paure…è molto forte. Ti fa capire davvero di che cosa saremmo capaci se solo imparassimo a dialogare bene con la nostra mente e a mettere da parte paure e insicurezze.
Fabrizio De André, Cristiano e la ricerca della propria identità
Tu sei l’unica a non aver conosciuto tuo nonno, perché sei nata dopo…
Esatto. Facendo questo spettacolo ragionavo anche su questo: parlo di un cognome bellissimo, che porto con grande onore e con grande senso di responsabilità, ma che ha anche il suo peso specifico. Che ha portato anche una buona dose di sofferenza, per le aspettative.
Forse il dolore più grande, la mancanza più grande, è avere un nonno così e non averlo conosciuto. Questa è la cosa che forse mi fa più arrabbiare. E forse è il reale motivo per cui ho deciso di mettere in scena questo spettacolo: arrivare a conoscerlo di più, sentirlo più vicino.

Quando ti sei accorta di essere parte di un pezzo di storia della musica italiana?
Da piccola. Io sono cresciuta con le sue canzoni, mio papà me le suonava sempre, ma pensavo fosse una cosa nostra.
Un giorno, navigando sul computer di mia mamma, finisco su YouTube e mi esce una canzone del nonno. Mi ricordo che chiesi a mia madre: “Mamma, ma cosa ci fa nonno dentro al computer?”. Allora mia mamma mi mise seduta e mi disse: “Guarda, ti racconto chi è nonno Fabrizio”. Lì si aprì un mondo. Non avevo assolutamente idea. La prima volta che ne ho preso consapevolezza è stata in quel momento, davanti al computer di mia mamma. Probabilmente avevo sei anni.
Quindi non sei cresciuta con il mito in casa, con: “sei la nipote di Fabrizio De André”…
No, non c’era l’altarino. Adesso ho un quadro gigantesco di mio nonno in casa, con il quale comunico: una gigantografia. Però non l’abbiamo mai visto così. Era solo nonno.
Me ne hanno raccontato come poeta e come artista, quando ho avuto la capacità di comprenderlo. Prima si suonava la sua musica, si cantavano le sue canzoni, ma non c’era la necessità di dirmi: “Tu sei la nipote di un genio, quindi devi…”.
Dentro la nostra famiglia non c’è questa cosa. Infatti rido sempre, perché le più grandi aspettative le hanno gli altri. Mio padre è la persona più serena del mondo, non passa le giornate a dirmi che dovrei fare questo o quello. Mi ha sempre supportata in ogni scelta. È abbastanza comico che queste aspettative vengano da fuori, da persone che non conosco.
Com’era Alice da piccola?
Una matta squinternata. Una drama queen. Mi chiamavano così. Ogni occasione era buona per fare uno spettacolo e attirare l’attenzione su di me. I miei genitori organizzavano una cena e a un certo punto uscivo io con i vestiti di mia madre: venti minuti dovevano essere dedicati al mio show.
Per molti Cristiano De André è rimasto “il figlio di Fabrizio”, quasi un ragazzo. E invece tu sei sua figlia.
Sì, e sai in quanti mi scambiano ormai per sua sorella? È una cosa che non so come prendere. Mi dicono: “Ti vorremmo vedere sul palco con tuo fratello”, riferendosi a mio padre. Fa ridere. Ormai sono figlia di Fabrizio, sorella di Cristiano… pazzesco.

Tuo padre si aspettava che cantassi?
No, anzi. È l’unica cosa che mi ha detto di non fare. Mi ha detto: “Guarda, fai quello che vuoi nella vita, sei liberissima. L’unica cosa che ti consiglio è non cantare. Lascia perdere”.
Non è semplicissimo. Lui ha seguito la sua passione, è stato forte, è assolutamente da ammirare per questo. Però anche mio nonno, a suo tempo, gli diceva di lasciar perdere il canto e fare altro, perché sapeva che avrebbe dovuto affrontare una vita circondato da pregiudizi, senza essere mai veramente appagato.
Invece mio padre amava talmente tanto la musica che ha deciso di fare quello, nonostante tutto. Però il suo consiglio da padre è stato: lascia perdere la musica.
Per lui dev’essere stato ancora più difficile…
Sì, assolutamente. Infatti in questo spettacolo c’è molto di lui, molto di papà.
Hai i suoi occhi…
Ho i suoi occhi e il suo mento, la papagorgia, tutto. Siamo uguali, anche caratterialmente. Forse una settimana insieme non potremmo farcela: arriviamo a un massimo di due giorni; essendo molto simili ci scontriamo. Però su altre cose ci capiamo a un livello di profondità unico e raro.
Alla fine di questo spettacolo c’è una domanda che vorresti non ti facessero più?
“Ma quindi canti anche tu?”. Non è solo “canti?”, è proprio “ma quindi canti anche tu?”, come se la risposta dovesse essere necessariamente sì. Nonno canta, papà canta. Io, all’OFF/OFF Theatre arrivo solo come Alice (che non canta) De André.


