Intervista ad Alfredo Cossu: dal teatro al debutto nel film La Salita di Massimiliano Gallo, tra recitazione, Napoli e il personaggio di Emanuele.
C’è una porta piccola, in un teatro chiuso. Alfredo Cossu ha forse sei, sette anni quando la apre. «Come sono entrato, ho sentito quello che io chiamo l’odore di teatro chiuso. Non ti so dire di che sa. Legno vecchio, polvere, buio. Potrebbe profumare un po’, puzzare un po’.» Si ferma. «È quasi una droga.» Durante una pausa di prova sale sul palco e si mette a giocare con gli attori. Qualcuno lo guarda. «Sentivo che mi vedevano stare bene. Io stavo bene con me stesso su quella tavola di legno. Qualcuno mi ha visto, ma prima di tutto mi sono visto io.» Alfredo ha 23 anni, debutta al cinema il 9 aprile. Quell’odore non l’ha mai lasciato.

Il teatro lo frequentava con suo padre, avvocato di professione, drammaturgo per vocazione. «La passione per il teatro me l’ha trasmessa lui, senza dubbio.» Quando arriva una sceneggiatura che non torna del tutto, un personaggio che non si apre, è ancora lui che chiama. «Il mio primo autore sarà sempre papà.»
I geni, dice, glieli ha rubati. La recitazione no: quella l’ha trovata da solo, su quella tavola di legno, la prima volta che qualcuno l’ha visto stare bene da qualche parte.
Il teatro non l’ha lasciato: è in scena con Zoo Trincea al Cineteatro San Pietro di Napoli, insieme ad alcuni dei colleghi de La Salita: Manuel Mazia e Francesco Piccirillo. Il 9 aprile, invece, esce La Salita, esordio alla regia di Massimiliano Gallo.
Alfredo Cossu è Emanuele ne La Salita di Massimiliano Gallo
Alfredo è Emanuele: giovane detenuto nel carcere minorile di Nisida, 1983. Uno spazio chiuso, come un teatro. Ma senza nessun odore di casa. «Emanuele vive per sopravvivere», dice. «Ogni giorno è un giorno che passa. È un ragazzo che non conosce niente, ma non per colpa sua», tiene a precisare. Finché qualcuno non entra nel posto sbagliato con qualcosa di meraviglioso in mano.

Quindi quando hai detto ai tuoi che facevi l’attore invece dell’avvocato, non ti hanno diseredato?
No, anzi. Papà ha sempre detto “non fare questo mestiere”, ridendo e scherzando. Ma quando mi hanno visto che stavo bene lì sopra, mi hanno spinto a continuare. L’avvocato è sempre stato lontano da me.
Chi è Emanuele?
Un ragazzo disilluso, rassegnato, abbandonato. La sua vita non è fatta nemmeno di illusioni: è bianca con qualche puntino, un colore neutro. La frase che mi sono ripetuto durante le prime letture era: «Emanuele vive per sopravvivere, ogni giorno è un giorno che passa». Non ha conosciuto i suoi genitori. Vive con la zia – la bravissima Gea Martire – che in una scena gli chiede di pagare l’affitto per dormire a casa sua. È la follia pura. Io così diverso da lui: ho una famiglia che mi sostiene, non vivo per sopravvivere, ogni giorno cerco nuovi stimoli. Stimoli che Emanuele non conosce, finché non arriva Beatrice… e poi Eduardo.

Beatrice (Roberta Caronia) è una botta d’aria fresca: un po’ mamma, un po’ sorella, forse anche un po’ fidanzata. È quella parte di femminilità morbida, leggera, che Emanuele nella sua vita cruda non ha mai conosciuto.
Qual è l’aspetto di Emanuele che ti ha impegnato maggiormente?
La noia. In carcere la noia è una conditio sine qua non. È da quella noia, paradossalmente, che nasce la forza dell’arte nel film. Se Emanuele si salva è perché quegli stimoli che ha provato dentro non li ha persi quando è uscito. Questo è quello che oggi spesso non accade: uno esce, passa per il via e ritorna. Servirebbe un novello Eduardo. Quello che ha fatto, prima al Filangieri e poi a Nisida, è stata un’impresa storica.

Sai qual è il tasso di recidiva per chi partecipa a progetti di teatro in carcere?
No.
La recidiva nei minori scende al 7%
Non è un risultato, è quasi un miracolo.
La disciplina dell’acqua
Hai fatto pallanuoto fino alla Serie A2. Cosa ti ha lasciato e cosa ti manca?
Una mentalità da soldatino: obiettivo, A, B, C fatto bene. Su quel set era fondamentale. Mi manca l’odore del cloro, mi mancano gli spogliatoi, le trasferte, i momenti corali. Non mi manca giocarla in sé: ho lasciato al momento giusto. L’odore del cloro è diventato per me come l’odore del teatro chiuso: una di quelle sensazioni che ti entrano dentro e non se ne vanno più.

E di questa esperienza? Debutti al cinema con un cast importante. C’è un consiglio che hai ricevuto sul set che non riguarda solo la recitazione, ma la vita?
Massimiliano Gallo mi ha insegnato di più di qualsiasi scuola: ognuno mi ha donato qualcosa. Non sono attori, sono mestieranti nel senso più bello: gente per cui il mestiere è nel sangue. Il giorno dopo la presentazione al Festival di Venezia, ho mandato un messaggio a Massimiliano per ringraziarlo. Mi ha detto: continua a studiare e rimani coi piedi per terra. Me lo porto ancora addosso.

Per molto tempo ho pensato solo al piano A, ed era la pallanuoto. Poi ho capito che avevo bisogno anche di un piano B, ma che fosse comunque vicino a quello che amo. La mia laurea (Archeologia e Storia delle Arti con una tesi su Marlon Brando e il Metodo Strasberg) è questo: un modo per capire meglio da dove vengo, come attore. Non è un’alternativa alla recitazione, è un modo per sostenerla.
Napoli è una città totalizzante. Come si tiene Napoli addosso senza che diventi un cliché?
Io sono nato e cresciuto a Napoli, però per certi versi non sono nemmeno troppo napoletano. Ho la mia dose di napoletanità, ma non eccessiva. La mia napoletanità è soprattutto artistica: teatrale, un po’ musicale. Sono cresciuto guardando le commedie di Eduardo, i film di Troisi, la Smorfia: non per imitarli, non volevo diventare il novello di nessuno. Sono stimoli che fanno parte intrinsecamente della mia cultura.

Nel film, Emanuele è probabilmente il personaggio meno napoletano che esista: il suo primo incontro con la napoletanità è proprio con Eduardo. Io invece, grazie a mio padre, ho sempre avuto quella conoscenza. Sulla grande questione del cliché… Napoli oggi è diventata la nuova Roma per il cinema e le serie. Gomorra, per esempio, ha raccontato uno spaccato importante; e secondo me ha raccontato, paradossalmente, la vittoria dello Stato. Ma l’arte e il cinema devono raccontare tutto senza filtri: poi è il pubblico che deve saper guardare. Se quei film producessero camorristi, allora Don Matteo dovrebbe averci convinto a diventare tutti preti.
E della pallanuoto cosa ti manca?
Mi manca l’odore del cloro, mi mancano gli spogliatoi, le trasferte, i momenti corali. Non mi manca giocarla in sé: ho lasciato al momento giusto, perché volevo percorrere l’altra strada. Ho solo bei ricordi. L’odore del cloro è diventato per me come l’odore del teatro chiuso: è una di quelle sensazioni che ti entrano dentro e non se ne vanno più. Il profumo del cloro mi fa lo stesso effetto della polvere del palcoscenico.

Hai paura che dopo un debutto importante arrivi il silenzio?
Sì. Un mio amico lavorò con Sidney Sibilia su Mixed by Erry. Il giorno dell’anteprima Sidney disse al cast: ricordatevi bene questo film, perché dopo non lavorerete per un po’. E così è stato. Ero in finale per Mare Fuori 5. Una settimana dopo ho fatto il callback per il film di Massimiliano.
Quella è visibilità immediata…
Ma questo è cinema d’autore: più poetico, più di nicchia. La frase di Sibilia mi è rimasta in testa. Ho un ruolo importante in un film di alto calibro e ho anche un po’ di paura. Ma da sportivo resto coi piedi per terra, continuo a studiare. Questo mondo ha più bassi che alti. Se dovesse arrivare il successo… che non ho ancora provato, quindi parlo a vanvera…credo la cosa più difficile sia mantenerlo. Come persone, prima ancora che come attori.

Cosa speri di non dover sacrificare mai per fare l’attore?
La mia sensibilità. Marlon Brando diceva che un attore deve avere la pelle di un rinoceronte e l’anima di una rosa. Io spero di riuscire a tenere quell’animo di rosa. È ancora una rosa acerba, ho tanto da imparare. Ma spero di non perderla mai, perché è quella sensibilità che mi dà una mano quando devo affrontare certi lavori, certi personaggi. Emanuele ne è la prova.
La Salita – regia Massimiliano Gallo. Con Roberta Caronia, Gea Martire, Antonio Milo, Shalana Santana, Mariano Rigillo, Gianfelice Imparato, Maurizio Casagrande. Produzione Panamafilm e F.A.N. con Rai Cinema. Distribuzione Fandango. Dal 9 aprile.


