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Revelè tra musica e moda: «Himalaya è la mia montagna interiore»

Revelè posa su un divano con una giacca bordeaux decorata da ex voto e croci, in un ritratto promozionale per il singolo Himalaya.
Revelè presenta Himalaya, il nuovo singolo prodotto da Mario Meli e cantato con la sorella gemella Mema. Un dialogo tra sogni, radici e coraggio, dove musica, teatro e moda si incontrano.

C’è un bambino che guarda il cielo e sogna di diventare astronauta. Poi cresce, e quel cielo sembra allontanarsi: la realtà si fa fretta, la meraviglia si impolvera, ma il desiderio resta. È da quell’immagine, sospesa tra infanzia e maturità, che nasce Himalaya, il nuovo singolo di Revelè, cantautore partenopeo classe ’97, disponibile dal 10 ottobre in radio e in digitale.

Ritratto di Revelè con giacca bordeaux decorata da ex voto e croci per l’intervista sul singolo Himalaya.
Revelè racconta il suo nuovo singolo Himalaya – ph. Matteo Delli Colli – wondernetmag.com

Prodotto da Mario Meli (già al fianco di Annalisa, Alfa e Clementino) e distribuito da Artist First, Himalaya intreccia la new wave napoletana con una scrittura cruda e viscerale, illuminata da un duetto con Mema, sorella gemella di Revelè. Insieme raccontano la forza ostinata dell’amore e la fatica di crescere senza smettere di credere nei propri sogni.

«Dentro Himalaya c’è quel bambino che sognava di diventare astronauta e che oggi guarda il cielo da terra – racconta Revelè – consapevole che i sogni non finiscono, cambiano forma. È il coraggio di non arrendersi, di continuare a credere nelle proprie radici, anche quando la montagna sembra troppo alta.»

Revelè, un viaggio nel sound napoletano contemporaneo

È da questa vetta simbolica che parte la nostra conversazione con un artista che fa della vulnerabilità una dichiarazione di forza e che, nel dialogo tra musica, teatro e parola, sta costruendo un linguaggio personale e autentico.

Himalaya parte dal sogno di un bambino che vuole diventare astronauta: quanto la tua musica è ancora un modo per “guardare in alto”?

La musica per me resta il modo più sincero di guardare oltre. Da bambino sognavo di diventare astronauta, oggi con le canzoni provo a fare la stessa cosa: non andare nello spazio, ma attraversarlo dentro di me e negli altri. Ogni brano è un piccolo volo, un modo per non dimenticare che i sogni, anche quando cambiano forma, restano la spinta per guardare sempre più su.

 Nei tuoi brani ricorre spesso il tema della memoria e delle radici. Qual è l’immagine più “napoletana” che hai portato dentro Himalaya?

L’immagine più napoletana che porto dentro è la piazza, la voce dei ragazzi che crescono in strada, la musica che si mescola con i rumori della vita. In Himalaya c’è questo sguardo: gli occhi scuri che non si perdono, la nostalgia di chi parte ma porta sempre con sé l’odore del mare e il calore della gente. Napoli è la mia radice più forte, anche quando canto di montagne lontane.

Revelè indossa una giacca bordeaux con ricamo dorato del cuore sacro, simbolo del suo percorso artistico con Himalaya.
ph. Matteo Delli Colli – wondernetmag.com

 Il tuo sound mescola cantautorato italiano, elettronica e suggestioni urban: come costruisci questo equilibrio tra tradizione e modernità?

Non è mai un calcolo: è il mio modo naturale di scrivere. Ho dentro la tradizione della canzone italiana e napoletana, ma vivo il presente e ascolto la musica della mia generazione. Così le parole si intrecciano con beat elettronici e sfumature urban. Per me modernità e tradizione non sono opposte, ma parti dello stesso linguaggio.

 Himalaya è prodotto da Mario Meli, che ha lavorato con artisti come Annalisa, Alfa e Clementino: cosa ha portato al brano la sua mano produttiva?

Mario ha saputo dare respiro al brano. Ha colto l’anima emotiva della scrittura e l’ha trasformata in un suono che unisce intimità e potenza. Con lui il brano ha preso forma definitiva: le parole hanno trovato un vestito che rispetta la mia identità ma la rende anche accessibile a un pubblico più ampio.

Già nella cover di ’O Mar ’O Mar hai indossato la giacca Prière à l’Amour, firmata da Lucie Giselle Conte Fabiani, con il cuore sacro come simbolo: che valore ha per te indossare un capo che è anche un’opera d’arte?

Per me è stato un modo di portare addosso un simbolo. La giacca con il cuore sacro non era solo un capo, ma un segno identitario, un’estensione di quello che canto. Vestire arte è come cantare arte: sono due linguaggi che si completano e che danno al pubblico qualcosa in più da sentire e da guardare.

Revelè di spalle con giacca bordeaux ricamata sul retro, simbolo del cuore sacro, per la promozione del singolo Himalaya.
Revelè con la giacca Prière à l’Amour dell’Atelier Lucie Giselle – ph. Matteo Delli Colli – wondernetmag.com

Quali sono i designer o i brand che senti più vicini al tuo percorso artistico?

Mi sento vicino a chi riesce a raccontare emozioni attraverso i tessuti. Penso a brand che sanno unire essenzialità e simbolismo, che parlano di identità senza perdere eleganza. Non sono legato a un solo nome, ma a chi riesce a trasformare un capo in un linguaggio, proprio come la musica.

 Sei anche attore e autore: quanto pesa la teatralità nella costruzione dei tuoi videoclip e del tuo rapporto con l’immagine?

Pesa tantissimo, perché per me immagine e musica non sono mai divise. Nei videoclip racconto storie, creo personaggi, metto in scena emozioni. È un approccio teatrale, che deriva dal mio percorso, ma che non diventa mai artificiale: serve a dare corpo e volto a quello che canto.

Cover del singolo Himalaya di Revelè, con l’artista che si specchia tenendo in mano un quadro riflettente e indossa la giacca con cuore sacro ricamato
La cover di ‘O mar ‘o mar – ph. Matteo Delli Colli – wondernetmag.com

Ti piacerebbe un giorno firmare una collaborazione moda-musica, magari una capsule collection legata ai tuoi brani?

Assolutamente sì. Mi piacerebbe molto creare qualcosa che unisca musica e moda, magari trasformando i simboli delle mie canzoni in capi che le persone possano indossare. Sarebbe un altro modo di condividere il progetto Revelè: non solo da ascoltare, ma anche da vivere sulla pelle.

 Se dovessi scegliere un simbolo da trasformare in capo iconico dopo il cuore sacro, quale sarebbe?

Sceglierei una montagna. L’Himalaya non solo come titolo di un brano, ma come simbolo di forza, di resistenza e di cammino. Una montagna che diventa capo, ricamo o segno grafico sarebbe per me la rappresentazione perfetta di questo momento del percorso.

 In Himalaya racconti la disillusione che accompagna il passaggio all’età adulta. Guardando alla tua generazione, pensi che i ragazzi oggi abbiano perso fiducia nelle istituzioni e nelle possibilità di costruirsi un futuro in Italia?

Credo che la mia generazione si senta spesso senza punti di riferimento, e questo porta disillusione. Ma vedo anche tanta forza, tanta creatività, la voglia di inventarsi strade nuove. Forse non crediamo più alle istituzioni come guida, ma crediamo nella possibilità di trasformare le cose dal basso, con la musica, con l’arte, con l’impegno.

Revelè di spalle con giacca bordeaux ricamata sul retro, simbolo del cuore sacro, per la promozione del singolo Himalaya
ph. Matteo Delli Colli – wondernetmag.com

Sei molto legato a Napoli e alle tue radici. Secondo te, per un giovane artista il Sud è ancora una terra che trattiene o è un luogo da cui bisogna partire per poi avere la forza di tornare?

Per me il Sud è sempre un punto di partenza, mai un limite. È la radice che ti forma e che ti dà forza, anche quando parti. Credo che partire sia spesso necessario, ma la vera forza è saper tornare, riportando indietro qualcosa di nuovo e trasformandolo in occasione per la propria terra.

 Himalaya parla di muri da superare e montagne da scalare: qual è la montagna più alta che hai davanti oggi, artisticamente? E umanamente?

Artisticamente, la mia montagna è riuscire a trasformare questo progetto in un linguaggio riconoscibile e duraturo, non una voce tra tante ma una voce che rimane. Umanamente, la mia montagna è sempre la stessa: imparare a trasformare le fragilità in forza, continuare a credere nei sogni anche quando sembrano troppo grandi.

 

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