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Giulia Di Quilio: «Bisogna imparare a piacersi, e il burlesque insegna a farlo» 

Giulia Di Quilio, intervista all'attrice e performer burlesque
In “Un passato senza veli” le regine dello strip che fu, le ineffabili protagoniste della Golden Age del burlesque, da Gipsy Rose Lee a Dixie Evans, da Sally Rand a Lily Sant Cyr, vengono evocate senza nostalgia polverosamente vintage

Donne in grado di compiere scelte difficili, capaci di lottare per affermarsi  combattendo contro cliché e luoghi comuni che sembrano resistere al tempo. Donne eteree, come uscite da una pellicola della Hollywood classica, ma che parlano di emancipazione femminile, body positivity, fluidità di genere, erotismo consapevole, sfida ai pregiudizi sessuali. Sul palco dell’Off/Off Theatre di Roma una sola donna a raccontare tutto questo. Una burlesque performer di fama internazionale. È il one woman show di Giulia Di Quilio, in scena il 2 e 3 febbraio. Perché un corpo è brutto solo se lasci che lo coprano di fango, ma è bellissimo se lo vivi con gioia, magari celato da piume e lustrini. 

Intervista a Giulia Di Quilio

C’è chi dice che il Burlesque sia un’arte, chi lo paragona a uno spogliarello. Cosa c’è dietro una performance di burlesque e cosa rende il burlesque speciale?

Giulia Di Quilio: Il burlesque è un’arte performativa unica, per questo me ne sono innamorata. È una performance che unisce il teatro alla danza, o meglio, la teatralità del gesto, unito al movimento, che però, attenzione, non è quello della ballerina di danza classica, che conta gli “otto”, ma è una performance “sporca”, wild come direbbero gli americani…più della pulizia del gesto conta l’espressività, il carattere della performer che lo interpreta… quindi si può dire che il burlesque è personalità’.

Classic, Old o New burlesque, in Italia la tradizione manca e resta un fenomeno di nicchia. Eppure si potrebbe attingere alla rivista, al cabaret, al teatro. Non è che in Italia il problema non è col nudo ma con la sessualità?

Giulia Di Quilio: Di certo qui cogli un punto. Ne parlo anche nel mio podcast “È il sesso, bellezza!” . Quando dico che faccio “burlesque” c’è ancora chi si fa una certa risatina sotto i baffi. Ma anche quando ho fatto il mio calendario c’è stato chi mi ha chiesto “che ne pensa tuo marito?”. È assurdo che l’erotismo venga deriso quando invece è qualcosa di molto “alto”, che rivela la nostra essenza, la nostra profondità.

Forse qui si è rimasti alla commedia sexy all’italiana, un po’ farsesca e buffonesca. E  immediatamente si associa a quell’idea di eros. Invece l’erotismo del burlesque è fatto di femminilità, di raffinatezza. Mi scoccia doverlo sottolineare…ma c’è una notevole differenza. Non nel corpo, perché il corpo nudo va sempre bene, ma nel modo di comunicarlo. Quelle commedie nascevano da un occhio maschile. Il burlesque invece, è tutto fatto dalle donne e per le donne.

Giulia Di Quilio, intervista all'attrice e performer burlesque

Qualunque corpo è adatto al burlesque?

Giulia Di Quilio: Nel burlesque non ci sono mai stati canoni prestabiliti. Nel mio spettacolo racconto del burlesque delle origini, e anche allora in questo tipo di spettacolo c’erano tanti tipi di donne, non solo come fisicità, ma anche come caratteristiche artistiche: c’erano quelle che facevano numeri più dark, quelle più circensi, quelle solari e dinamiche, quelle buffe, quelle spiritose. Ognuna con la propria personalità, perché ogni donna è un universo a sé.

In un periodo di proteste oscurantiste, il burlesque diventa una forma di sottomissione della donna al voyerismo maschile, una mancanza di pudore, una sorta di femminismo o…?

Giulia Di Quilio: Il burlesque è l’opposto della donna oggetto! È la donna che si fa soggetto e si esprime come preferisce, come più le aggrada. Non è un caso che si è le creatrici, le autrici e le registe dei propri show, dei propri numeri. Le artiste del burlesque mettono in scena il proprio mondo interiore. Si può dire che sia una narrazione al femminile, di conseguenza non c’è né la volontà, né il bisogno di compiacere i maschi. Questo ne fa un’arte davvero molto femminista. Il burlesque è un mondo inclusivo.

Per molte donne diventare madri è una trappola: devi tornare in forma, essere una moglie perfetta, una madre presente, una lavoratrice che non fa pesare la sua maternità. Risultato: donne straniate e infelici. Il burlesque è anche per mamme?

Giulia Di Quilio: Il burlesque è per qualsiasi tipo di donna, non c’è un unico tipo di donna, così come non c’è un unico tipo di femminilità, ognuna ha la sua, e ognuna la esprime a suo modo.

È per le mamme, è per le donne che non vogliono figli, è per le alte e per le basse, per le robuste e per le magre…insomma non ci sono diktat, per fortuna. Basta aver voglia di salire su un palco ed esprimere l’amore e l’eros per se stesse e per il mondo.

Giulia Di Quilio, intervista all'attrice e performer burlesque

Come viene vista una mamma che fa burlesque dalle altre mamme? E dai figli? 

Giulia Di Quilio: Generalmente il burlesque piace molto alle donne, spesso ne sono incuriosite…ed anche le mamme più timide capita che, fuori dalla scuola, mi chiedano informazioni sui corsi di burlesque. Penso che ci sia molta voglia da parte delle donne di liberare i loro corpi, in primis dai pregiudizi e dai ruoli imposti. Le maestre dei miei bambini mi seguono sui social e occasionalmente sono venute anche ad assistere ai miei spettacoli. Per quanto riguarda i miei figli non saprei dirlo. Ci sono cresciuti in mezzo, sono abituati a vedere piume e paillette in giro per casa. Spesso mi prendono le parrucche per mettere su i loro teatrini, hanno sempre respirato libertà, creatività, espressione personale. Non so cosa se ne faranno, ma per il momento sono due bambini molto aperti e curiosi.

Quali sono gli ostacoli che riscontri nelle donne che si avvicinano al burlesque? 

Giulia Di Quilio: Insegnando burlesque ho notato che siamo sempre pronte a sminuirci e a criticarci. Soprattutto siamo molto dure coi nostri corpi. Io stessa avevo il complesso di “passare osservata”, di avere un seno abbondante che si notava, e questo, incredibile a dirsi, mi creava imbarazzo!

Il primo lavoro che una donna che si approccia al burlesque deve fare, è quello su sé stessa. Deve imparare a piacersi. È banale dirlo, ma solo piacendosi si può piacere, o se non si vuol piacere agli altri, quantomeno si riesce a salire su un palcoscenico.

E non è affatto facile, perché le donne sono sempre criticate nella società maschilista in cui viviamo: sono criticate quando si mettono in mostra, quando hanno forme abbondanti, ma anche quando sono sciatte o senza forme…insomma, le donne sono criticate costantemente, e purtroppo abbiamo introiettato centinaia di anni di repressione. La cosa più difficile è proprio credere in sé stesse ed esprimersi pienamente.

Quando hai iniziato, hai scoperto qualcosa di te che hai affrontato e vinto?

Giulia Di Quilio: Anche questa è una cosa che racconto nel mio podcast. Vengo dalla provincia abruzzese e, nonostante genitori piuttosto aperti, avevo una nonna che viveva in casa con noi e che era del 1920. Come potete immaginare, era cattolica e piuttosto rigida. Quindi io stessa ho introiettato il senso di colpa tipicamente cattolico. Ho dovuto lavorare molto su me stessa, liberarmi dai complessi e dai miei stessi pregiudizi. Ci sono riuscita solo grazie alla psicanalisi.

E sul palco?

Giulia Di Quilio: La difficoltà maggiore, almeno per me, è stata rompere la famosa “quarta parete” e quindi interagire col pubblico a mani nude. Da attrice ero abituata a schermarmi, a nascondermi. Nel burlesque si gioca a viso scoperto e…ci si mette a nudo, letteralmente. È qualcosa che comunque richiede un grosso lavoro su sé stessi.

Giulia Di Quilio, intervista all'attrice e performer burlesque

Una decina di anni fa il palco di Sanremo ospitò Dita von Teese. Quest’anno andrà Drusilla Foer. Ma è davvero sinonimo di accettazione e apertura mentale? È davvero simbolo di un’Italia che cambia?

Giulia Di Quilio: È innegabile che ci sia finalmente una sensibilità nuova, all’insegna di una maggior inclusività, dove ognuno può esprimere se stess* a prescindere dal proprio genere, e questo mi sembra sinonimo di un mondo più civile. In fondo, col femminismo, ci guadagnano tutti, perché il femminismo è dalla parte delle minoranze. Detto questo, per me Sanremo resta comunque qualcosa di arretrato e ancora lontano dallo spirito femminista che anima i nostri tempi. Mi sarebbe piaciuto di più se Drusilla avesse condotto al posto di Amadeus: quello sì che sarebbe stato rivoluzionario!

“Un passato senza veli” è un one woman show. Sembrerebbe l’opposto del classico spettacolo burlesque, dove ognuna fa un numero? Cosa hai creato di diverso?

Giulia Di Quilio: C’è una narrazione vera e propria che ripercorre la storia di cinque donne, nomi di risalto del burlesque della Golden Age. Il tutto in chiave di monologo amalgamato alle performance di burlesque dalla penna sopraffina di mio marito Valdo. 

L’ispirazione ci è venuta scrivendo il libro “Eros e burlesque”, edito da Gremese nel 2016. Durante lo studio su fonti straniere, mi sono imbattuta in storie incredibili, inedite nel nostro paese. Così ho pensato di riportarle in scena unendo le mie due vene artistiche di attrice e performer.

Vesper Julie è il tuo alter ego. Chi è e quale parte nascosta tira fuori di Giulia Di Quilio?

Giulia Di Quilio: È la femme fatale che ovviamente non riesco ad essere nella vita di tutti i giorni, con due gemelli di cinque anni!

Ma cosa dice tuo marito che ti spogli?

Giulia Di Quilio:  A questa domanda rispondo nel mio spettacolo! Vi aspetto!! 

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