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I gioielli dell’Isola del Giglio: il turchese del mare, l’oro…del vino

Isola del Giglio, tra natura, mare e vino
Una leggenda narra che quando la collana di Venere si spezzò, le perle caddero nelle acque del Mar Tirreno e magicamente si tramutarono nelle sette isole dell’Arcipelago Toscano.

Il nostro itinerario enogastronomico di questo fine settimana ci porta all‘Isola del Giglio. Lasciata la banchina di Porto Santo Stefano, il lento incedere del traghetto viene accompagnato dai gabbiani, e non è raro che l’imbarcazione ingaggi una gara con dei festosi delfini in un mare limpidissimo dal colore azzurro tale da riempire il cuore.

Dopo circa cinquanta minuti di navigazione, la vista è rapita dalle variopinte casette di Giglio Porto. È uno dei tre borghi isolani, piccolo e pittoresco rende coloratissimo questo scorcio dell’isola. Le vere attrattive della minuscola isola sono il mare cristallino, i fondali con pareti e secche colorate da spugne e gorgonie, la costa dalle scogliere a picco sul versante di ponente e graniti lisci sul versante di levante, le spiagge sabbiose, le calette selvagge e gli antichi sentieri immersi in una natura ricchissima. 

Isola del Giglio, tra natura, mare e vino

Isola del Giglio

Giglio Castello si erge sulla sommità dell’Isola. È costituito da un nucleo abitato fortificato, con porta d’accesso e poderose mura che lo circondano completamente. Gli stretti vicoli, le piazzette, la chiesa e le case in pietra, riportano indietro nel tempo in una suggestiva e irreale atmosfera. In Castello abita il musicista Uto Ughi, di cui è cittadino onorario. 

Isola del Giglio, tra natura, mare e vino

Ma il borgo più modaiolo è Campese, adagiato sulla grande spiaggia di terra rossa. La baia è protetta dal Faraglione, una roccia monolitica che emerge per 20 metri, sull’estremità a sud, e dalla torre fortificata medicea a nord. La spiaggia è servita da bar, ristoranti, stabilimenti balneari e spiagge libere.

Isola del Giglio, tra natura, mare e vino

L’enogastronomia del Giglio

La gastronomia locale offre prodotti della tradizione toscana, ma Il “Panficato” è un dolce tipico dell’Isola del Giglio, le cui prime informazioni sono databili al XVI secolo, quando la famiglia Medici volle ripopolare l’isola con il trasferimento di famiglie provenienti dalla provincia senese. Questo dolce infatti, con i suoi ingredienti, ricorda molto il Panforte di Siena: fichi essiccati, uva essiccata, mandorle, noci, pinoli, mele, pere, scorza d’arancia, cioccolato, marmellata e cannella. Tutti gli ingredienti vengono impastati e cotti in forno.

Isola del Giglio, tra natura, mare e vino

L’eccellenza vinicola

Benché l’Isola sia molto piccola, la sua eccellenza è nella produzione vitivinicola: L’Ansonaco viene coltivato nei minuscoli terrazzamenti a picco sul mare fin dai tempi antichi. I vigneti sono sparsi sui versanti terrazzati e le uve venivano pigiate direttamente in vigna nei Palmenti, costruiti tra il 1500 e il 1700, sono strutture di modeste dimensioni in pietra. All’interno vi è una sorta di edicola in muratura dove sono alloggiate una o più vasche scolpite direttamente negli affioramenti di granito. Nella prima veniva pigiata con i piedi l’uva, nella seconda, posta più in basso, e collegata mediante un foro detto “cucchione”, si raccoglieva il mosto.

Isola del Giglio, tra natura, mare e vino

Attraverso un secondo foro, posto nel punto più basso del Palmento, il liquido defluiva negli otri in pelle di capra che poi venivano portati nelle cantine a dorso degli asini. In questi terrazzamenti nascono i nettari di Bibi Graetz. Cresciuto in una famiglia di artisti ma innamorato del vino, divide la sua attività fra il Giglio e Fiesole. La casa vinicola nel 2021 è stata inclusa da Forbes tra le 100 Eccellenze Italiane.

Abbiamo incontrato Vincenzo d’Andrea, enologo delle cantine Bibi Graetz, per farci svelare alcuni segreti del vino.

Isola del Giglio, tra natura, mare e vino

Quanto conta il marketing nel determinare il successo di un vino? 

Il marketing è sicuramente uno degli elementi che determinano il successo del vino. Non lo si può sottrarre però all’elemento chiave, ovvero la qualità. Si parte quindi dal vigneto, dalla cantina per poi arrivare alla bottiglia finita e al marketing. L’ultimo punto fondamentale per il successo del proprio marchio è un elemento spesso sottovalutato, la distribuzione. Più si riesce ad avere una distribuzione capillare di qualità, e un posizionamento in linea con la propria immagine, più la sinergia prodotto-marketing aumenta in maniera esponenziale. Per parlare di una case history a me familiare, cito il caso Bibi Graetz – Place di Bordeaux.

Nel 2018 siamo riusciti ad entrare con i nostri vini di punta nel sistema distributivo dei Negociants bordolesi, un sistema unico nel suo genere e basato su un modello di business storico, incentrato sulla qualità, sulle relazioni e su accordi da gentiluomini. Solo poche aziende italiane sono riuscite nell’impresa di “conquista” della Place de Bordeaux e ancora meno a trarne beneficio, ma nel nostro fortunato caso, grazie a questo nuovo impulso distributivo, il brand ha preso il volo. L’operazione è stata possibile grazie ad un insieme di motivi: il primo è sicuramente la qualità dei vini, ma poi hanno contribuito storia, forza del marchio, identità, posizionamento e punteggi sulle guide di settore.

Isola del Giglio, tra natura, mare e vino

Come si arriva a decidere il prezzo di una bottiglia di vino? 

La decisione del prezzo è una scelta strategica che parte dall’azienda, ma che si realizza sul mercato. Il prezzo è il primo mezzo comunicativo per il consumatore, ci posiziona in maniera inesorabile ed è per questo che scegliere il prezzo è fondamentale per il successo del proprio brand. 

Un prezzo troppo basso sminuirà il vino, un prezzo troppo alto ci porrà fuori mercato. 

La domanda giusta che bisogna porsi per decidere il prezzo della propria bottiglia di vino è: “chi siamo, chi vogliamo essere”. Ciò prima ancora di lanciarsi in analisi di mercato e competitive sets. Questo è lo step successivo. Premessa è quella di conoscere bene i propri costi di produzione ed essere sicuri di avere margini sostenibili. Se però per decidere il nostro prezzo considerassimo solo costi di produzione e competitive sets, commetteremo sicuramente un errore fatale

.Isola del Giglio, tra natura, mare e vino

Come si determinano le quantità finali che comporranno un blend? E quante prove sono necessarie per ottenere il risultato desiderato? 

La bellezza del vino è l’imprevedibilità dell’annata. Ogni anno vengono rimescolate le carte, la vigna, il clima e l’uomo interagiscono in maniera diversa e danno vita ad alchimie diverse. Questi tre elementi giocano un ruolo chiave nella composizione del blend, ogni anno ci troviamo davanti a risultati diversi che devono essere interpretati e mescolati per creare il miglior “blend” possibile. Quando si parla di vini eccezionali, le fasi di assaggio sono infinite. Si comincia a fine gennaio, assaggiando minuziosamente ogni singola botte, ogni singola barrique, fino ad arrivare a giugno, periodo dell’imbottigliamento, dove solo le migliori parcelle, selezionate durante i cinque mesi di assaggio, vengono messe in bottiglia. Le prove in itinere sono moltissime, centinaia, ma poi alla fine quella più buona prevale sempre.

Come nasce l’idea di creare un nuovo vino? E quanti “assaggi” sono necessari per giungere l’eccellenza? 

 Il vino di qualità nasce spesso da scelte più vicine al “cuore” che alla “testa”. Partendo dal presupposto che nessuna attività sia facile da creare e far fiorire, mi sento di dire che il vino sia fra quelle più complesse. Si sommano a tutte le variabili dell’agricoltura come il sole, la pioggia, il vento, anche tutte le componenti che caratterizzano imprese multinazionali, il marchio, la distribuzione nel mondo, la geopolitica, le differenze culturali, i tassi di cambio etc. Per questo parlo di cuore e non di testa. Tutti i vini, e parlo di quelli di qualità, sono quindi il frutto della passione, di duro lavoro e di un pizzico di follia.

Isola del Giglio, tra natura, mare e vino

L’idea di fondo è sempre stata quella di “fare il miglior vino al mondo”, l’azienda è nata con questo sogno ed ha sempre mantenuto questa linea. In 20 anni lo stile dei vini si è andato modificando, sempre però con il filo conduttore della “toscanità”. I vini sono infatti “Supertuscans”, ma al contrario di quello che imporrebbe il dogma, sono fatti riscoprendo vecchi vitigni autoctoni toscani, il Sangiovese ma anche il Colorino, il Canaiolo. Non esiste un vero e proprio numero di “assaggi” necessari per giungere l’eccellenza, come tutte le cose credo dipenda solo da quanto lo si voglia fare e quindi dalla volontà.

Esistono dei criteri da seguire per rendere un vino gradevole ai consumatore, o seguite solo l’obiettivo di produrre un buon vino? 

In prima battuta dobbiamo essere in grado di creare dei vini senza difetti, questa è la base su cui costruire. La parte più difficile è riuscire a valorizzare la personalità della vigna, a dare un carattere unico e un’identità al vino, conferendo una sfumatura al suo carattere che lo renda inimitabile. Il nostro obbiettivo quindi è questo, dare vita a dei vini unici che parlino del territorio.

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