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Valeria Oppenheimer: “La Moda è un messaggio. Le sfilate sono un racconto”

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La moda è la sua grande passione e il fil rouge del suo percorso professionale. Dopo aver calcato le passerelle di mezzo mondo, ha appeso i tacchi al chiodo per passare alla tv e alla radio come conduttrice, inviata e autrice di trasmissioni sul fashion.

Dopo aver collaborato con diverse testate di moda ha dato vita al primo “fashion blog ufficiale” della Rai. Insegna Antropologia e Sociologia della Moda all’Accademia del Lusso di Roma, dove tiene corsi di “Editoria Web & Blog” e “Fashion Writing” e ha collaborato con il corso in fashion studies dell’Università La Sapienza.

É autrice, conduttrice e inviata del programma “Top! Tutto quanto fa tendenza”, in onda su RaiUno (ogni anno tra marzo e settembre) e lavora come fashion expert per tv e aziende private, presentando serate (di moda e non), sfilate, festival.

VALERIA OPPENHEIMER

Scrivi di moda, insegni moda, presenti eventi legati alla moda, sei autrice di programmi televisivi sulla moda… Ma come si racconta la moda con le parole?

In realtà è molto facile se sai come “leggerla”, perché la moda è quasi sempre notiziabile. C’è sempre qualcosa da raccontare di una sfilata o di un evento. C’è sempre qualcosa che lo rende straordinario, proprio nel senso di stra-ordinario. È molto semplice trovarne i punti di forza. Secondo poi, la moda è essa stessa un messaggio, nel senso che non esiste sfilata fine a se stessa. Ognuna racconta una cosa. Ormai è rarissimo trovare creatività pura senza qualcosa dietro.
L’importante è saper leggere tra le righe e per far questo si studia, si approfondisce. Questo è parte del mio mestiere. E leggendo tra le righe basterà estrapolare questo messaggio dalla sfilata e raccontarlo alle persone. Una volta capito qual è il tema, poi la sfilata parla da sé.

Spesso mi diverto a fare un gioco su Instagram : durante le settimane della moda, faccio degli screenshot o delle selezioni di foto. Sono delle foto che parlano. La gente mi scrive spesso “Ah ecco, adesso ho capito la sfilata”. Questo perché le sfilate non sono soltanto degli show meravigliosi, non sono solo spettacolo, sono sempre un racconto. Una denuncia sociale, un richiamo al passato. Spesso la moda ricorda se stessa.

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A proposito di spettacolo, ci racconti cos’è “Top tutto quanto fa tendenza”? 

Top è un magazine dedicato alla bellezza italiana, quindi non solo moda ma anche lifestyle, arte, design, cultura in generale. Va in giro per l’Italia a raccontare quello che c’è di bello nel nostro Paese – il famoso “bello e ben fatto” di cui oggi tanto si sente parlare – e lo fa in maniera leggera, scanzonata e, spero, divertente.
Io in particolare sono una fashion reporter, vado in giro a censire sfilate, a presentare stilisti e spesso e volentieri mi occupo di emergenti. Cerco di far conoscere al grande pubblico chi magari è un po’ meno conosciuto rispetto ai grandi designer.

L’intervista che ricordi con più emozione?

Ce ne sono veramente tante (ride) anche perché veramente ho avuto la fortuna di intervistare non solo tanti personaggi del mondo della moda ma anche tanti attori, cantanti internazionali.
Rimanendo nell’ambito della moda posso fare due nomi: Jeremy Scott, un genio creativo assoluto e una persona alla mano come veramente pochi altri.
E’ stato veramente un piacere intervistarlo, scambiare due chiacchiere con lui. Un momento di grande fortuna.

Secondo nome: Mara Grazia Chiuri, la prima donna a prendere la direzione artistica della Maison Dior. Tra l’altro una donna italiana; da poco ha ricevuto la legion d’onore francese. Una donna pragmatica, sicuramente un carattere “particolare”, una grande tenacia, un grande talento grazie ai quali è arrivata fin dove è arrivata.

Questi sono i due nomi che mi vengono in mente, ma davvero sono stata tanto fortunata ultimamente. Poco tempo fa, ad esempio, ho intervistato Richard Gere, lo scorso anno ho intervistato Sting.

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L’evento più incredibile a cui hai partecipato? 

Ti dirò, proprio l’ultimo. È stata una sfilata, a Roma, a Palazzo Doria Pamphili, una delle location più spettacolari, straordinarie della città, ed era la sfilata di Giambattista Valli per H&M : uno dei designer più importanti al mondo che collaborava con uno dei brand più alla portata di tutti noi. Un evento pazzesco.
C’erano giornalisti delle più importanti testate di tutto il mondo, ospiti internazionali. Una collezione molto molto bella ma soprattutto una cura splendida dei particolari e degli spazi. Erano tutti in prima fila. Non esistevano seconde o terze file. Tutti gli invitati avevano un posto d’onore. Le sedute – impreziosite con ortensie rosa chiaro – erano fatte di specchi, posizionate lungo il perimetro delle singole sale oppure con delle panche centrali.
Ovunque sentivi questo profumo di ortensie fresche. Poi la sera la festa è continuata al Plaza, con una selezione musicale davvero molto curata. Insomma, un evento esclusivo all’interno di una delle gallerie di quadri più belle di Roma.

Sei specializzata nello scoprire e far conoscere i nuovi talenti della moda. Ci racconti dove li scovi?

Innanzitutto sono sempre a contatto con i giovani perché insegno in un’accademia di moda – l’Accademia del Lusso di Roma –  e lì ovviamente ho la possibilità di essere a contatto con delle ragazze che o sono delle giovani designer o ne conoscono altrettante.

Poi lavoro moltissimo attraverso Instagram. Trovo che sia un social network geniale. Utilizzo gli hashtag per andare a scovare quelli che sono i designer magari di nicchia o emergenti. Poi ovviamente attraverso Internet, uno strumento senza pari in questo.

A volte mi capita anche che qualche stilista si proponga a me proprio tramite i social.

Cos’è che ti fa pensare “Questo sì che ha qualcosa da raccontare” ?

Domanda difficile. Prima di tutto attraverso la pancia. Quando la moda mi emoziona mi parla. Ecco, lì capisco che quando questo avviene c’è qualcosa di buono.
E’ una questione di pelle. Ovviamente questo succede a me perché dopo tanti anni ho fatto l’abitudine a certe cose, faccio questo da tanto tempo e incontro designer tutti i giorni. Poi c’è un’altra cosa importante da sottolineare: la comunicazione!

Ci sono dei bravissimi designer che magari non sanno raccontare la propria moda. E allora perdono. Mentre vince chi riesce a raccontare un messaggio. Una moda che parla alla persone è quella che fa la differenza. E’ l’unicità che vince oggi. In tutti i settori. Soprattutto in un settore come la moda, davvero oramai saturo. Per emergere sì ci vuole il talento, sì ci vuole fortuna ma soprattutto ci vuole la capacità di saper raccontare la propria unicità.

È questo che fa la differenza. E unicità non significa essere migliori o peggiori, significa semplicemente capire di essere unici e puntare tutto su quello.

Se dovessi giocarti tre nomi su cui puntare per il prossimo futuro?

Facciamo una premessa : la moda tutta sta cambiando, nel senso che, per come la vedo io, i grandi nomi saranno sempre meno, ma sicuramente ci saranno tanti designer meravigliosi, tanti designer bravissimi ognuno con il proprio pubblico, ognuno con la sua specificità.

Detto questo ti faccio tre nomi di tre persone che sicuramente hanno tutte le carte in regola per avere successo, molto diverse tra loro: il primo nome è quello di Daniele Calcaterra, che porta avanti un tipo di moda molto pulita, colta, concettuale, che si basa tutta su volumi, su geometrie particolari e su tessuti di altissimo livello. Quindi è un po’ il bello e ben fatto italiano che ricorre. Non è una moda eccentrica, di eccessi, ma sicuramente di straordinaria qualità.

Secondo nome che ti faccio è quello di Nicolò Beretta, un designer di calzature, un enfant prodige del settore. L’ho conosciuto molto giovane, adesso ha poco più di 20 anni ed è già stato chiamato come direttore creativo de l’Autre Chose, che è un marchio di calzature molto importante. In più il suo brand Giannico è stato apprezzato già in tutto il mondo, indossato anche da Lady Gaga. Una moda “fumettosa”, estremamente colorata e particolare. Secondo me questo ragazzo farà una lunghissima strada e una splendida carriera.

Il terzo brand è Vièn, di Vincenzo Palazzo, ragazzo pugliese. Il suo progetto mi piace da matti perché è come se fosse multidisciplinare. È una Moda che racconta la musica, le sub-culture, la contro-cultura, la società, sempre super contemporanea, fatta di tante sfaccettature, anche dal punto di vista tecnico. Un brand che lavora molto sui contrasti. Abiti di ispirazione maschile usati per la linea femminile e viceversa, influenze giapponesi, un brand veramente che spazia a 360°. Mi piace moltissimo il suo modo di portare messaggi.

Sono cambiati i mercati o il lavoro dei creativi?

Tutte le aziende di moda oggi stanno cambiando perché tutti i brand hanno capito che senza un occhio di riguardo verso la sostenibilità non si va da nessuna parte; in parte per ovvie questioni legate all’ambiente, in parte perché fa parte dell’essere sul mercato : se oggi vuoi vendere devi fare moda sostenibile.

L’ispirazione, oggi, arriva da un’intuizione o è la strada ad ispirare una collezione?

Sicuramente il lavoro dei creativi guarda al mondo, è sempre più un’ispirazione globale. Oggi i creativi  non lavorano più soltanto chiusi nel loro atelier ma guardano già al mondo.

La strada oggi vince ma l’ispirazione viene da entrambe le cose. Tuttavia c’è sempre più mercato e diventa sempre più difficile per un designer trovare ispirazione anche perché ormai sono costretti a sfornare una nuova collezione ogni tre mesi. Siamo veramente ad un livello di rapidità e di Moda che mangia se stessa forse mai raggiunto prima.

C’è un bellissimo saggio dell’antropologo Ted Polhemus che racconta di come siano cambiate le modalità di diffusione della moda : se un tempo la moda dall’alto andava verso il basso, e quindi si parlava di trickle down, oggi si parla bubble up. Ha coniato proprio questa definizione per raccontare di una Moda che dalla strada arriva alle passerelle.
Lo racconta in un libro molto famoso datato 1994 “Streetstyle: From Sidewalk to Catwalk”, tra l’altro titolo della mostra curata dallo stesso antropologo al Victoria & Albert Museum. Ho avuto la fortuna di intervistare Ted Polhemus (intervista ahimè solo scritta) e penso sia questa l’intervista a cui tengo di più in assoluto. Uno dei più grandi teorici della moda.
Due sono le sue teorie più importanti : quella del bubble up e quella del supermarket degli stili, questo mischiare varie cose insieme che ormai per noi è la norma , ma nel ‘94 non era ancora così scontato. Tra l’altro lui è uno dei più grandi studiosi delle sub-culture, degli stili di strada. Ha fatto un lavoro incredibile. E io lo amo pazzamente!

E in tutto questo siti di e-commerce o social network che ruolo hanno?

Social network e siti di e-commerce oggi sono tutto, sono il futuro, sono la nostra realtà ma soprattutto sono un bocciolo che sta per sbocciare in fiore.

In principio erano le fashion blogger, poi le ambassador, oggi chiunque abbia in mano un telefono di ultima generazione è un potenziale “influencer”. Quanto se te tiene conto? È anche questa moda o “una moda”?

Per quanto riguarda il lavoro degli influencer sono abbastanza possibilista. Io penso che ognuno di noi sia un potenziale influencer, ognuno di noi sa influenzare la propria cerchia, e ognuno di noi ha il proprio pubblico : più è ampio, più si sarà in grado di influenzare le persone.
Non credo sia una moda nel senso che non credo sia mai stata una moda, o meglio sì c’è stato il boom delle blogger, c’è stato il boom degli influencer , dei testimonial, però questo perché, secondo me, ogni epoca porta con sé un mezzo di comunicazione e quel mezzo di comunicazione ha le sue regole.

C’è stato un momento in cui veramente lavoravano tantissimo ma oggi il mondo degli influencer sta cambiando perché anche lì il mercato è saturo. È vero anche, però, che rimarranno gli influencer migliori, quelli veramente di qualità, che non necessariamente sono quelli con il maggior numero di followers. Almeno, questo è quello che penso io.

 

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